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Food 4 min di lettura4 giorni fa

Terra Madre 2026, la biodiversità diventa una scelta di futuro

A Torino il Salone del Gusto lega tutela degli ecosistemi, agricoltura e giustizia sociale, nel segno dell’eredità di Carlo Petrini.

La prima Terra Madre senza Carlo Petrini porta con sé un’eredità difficile da separare dai temi che hanno costruito la manifestazione. Il fondatore di Slow Food e ideatore del Salone del Gusto ha trasformato un appuntamento dedicato all’alimentazione in una rete internazionale capace di unire comunità, produttori e difesa dei territori.

Sergio Mattarella ha ricordato Petrini con parole di riconoscenza a nome della Repubblica, collegando il suo lavoro al valore politico e culturale della biodiversità. Non si tratta soltanto di proteggere specie, colture o paesaggi: la varietà naturale riguarda anche il modo in cui le persone vivono, producono e costruiscono relazioni.


Un’eredità che parla al presente

Nel messaggio del Presidente della Repubblica, la biodiversità è presentata come una ricchezza decisiva per la salute umana e per l’equilibrio dell’ambiente. La varietà genetica ha accompagnato lo sviluppo dell’umanità, ma può essere ridotta fino a scomparire se mancano cura e responsabilità.

Mattarella ha richiamato la necessità di un impegno su due livelli: dal basso, attraverso il coinvolgimento delle comunità, e dall’alto, con decisioni assunte dalle istituzioni nazionali e internazionali. Ha inoltre ricordato che la tutela della biodiversità è entrata nei principi fondamentali della Costituzione italiana, citando Papa Francesco: «l’ambiente umano e l’ambiente naturale si degradano insieme».

La presidente di Slow Food Italia Barbara Nappini ha rivolto il proprio appello soprattutto agli agricoltori presenti a Terra Madre. Nel suo intervento ha legato la coltivazione della diversità alla possibilità di costruire un sistema alimentare fondato sul diritto a un cibo buono, pulito e giusto, oltre che sul rispetto di acqua, suolo, aria, piante e animali.


Quando la tutela diventa concreta

Le testimonianze arrivate dalle diverse aree del mondo hanno mostrato che la biodiversità non resta un principio astratto. In Ucraina, durante l’invasione, alcuni allevatori della regione di Zaporižžja furono costretti a cedere le vacche Red Steppe, razza locale inserita nell’Arca del Gusto, perché non potevano più occuparsene in sicurezza.

La comunità Slow Food ha raccolto risorse per acquistare gli animali e affidarli a Polina Zhovtiak, allevatrice della regione di Dnipro. Oggi nella sua Slow Food Farm, situata non lontano dal fronte, vivono circa sessanta vacche. Il progetto Adopt a Cow sostiene l’azienda attraverso contributi economici e prevede, per i partecipanti, la ricezione dei suoi prodotti.

Dall’Africa è arrivato invece il racconto dell’evoluzione del programma Slow Food Mille Orti in Africa, diventato Diecimila Orti nel continente. Mohamed Abdikadir Somo ha spiegato che molti orti sono diventati luoghi di formazione e autonomia, soprattutto per giovani e donne, offrendo competenze utili a restare nelle proprie comunità e ad affrontare gli effetti degli eventi climatici.

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Un’altra esperienza è stata illustrata da Xu Kung-Lien, in rappresentanza di Slow Food Asia-Pacifico. Dopo l’alluvione che nel settembre scorso ha colpito la comunità indigena di Hualien, gli abitanti si sono organizzati per liberare le aree dal fango, preparare pasti condivisi e recuperare il territorio. In India, gruppi di donne censiscono e proteggono gli ecosistemi locali; in Arabia Saudita, oltre 196 prodotti tradizionali sono stati registrati nell’Arca del Gusto in tre anni.


Cibo, comunità e biodiversità

Edward Mukiibi, presidente di Slow Food internazionale e primo successore di Carlo Petrini, ha descritto il cibo come uno strumento capace di produrre cambiamento. La sua visione mette insieme solidarietà, cooperazione tra Paesi e difesa della Terra, contrapponendole a fame, conflitti, nazionalismi e perdita della diversità biologica.

«Abbiamo scelto la biodiversità invece dell’uniformità», ha detto Mukiibi, indicando nelle azioni quotidiane di milioni di persone una possibile risposta alle crisi. Nel suo intervento ha anche sottolineato che il cambiamento richiede fiducia nelle comunità e capacità di superare i confini nazionali.

Ireri Elisa Origel Rodriguez, delegata Slow Food dal Messico per il continente americano, ha raccontato il proprio percorso da un contesto urbano alla scoperta dell’agricoltura. Un fico piantato dalla madre e, in seguito, un orto cittadino le hanno mostrato che ogni alimento dipende da una rete composta da territori, semi, acqua, conoscenze, lavoro e impollinatori.

Questa consapevolezza rende la biodiversità una questione di relazioni, non soltanto di conservazione. Nessuna comunità può nutrirsi in autonomia assoluta: la produzione alimentare dipende dalla terra, dai cicli naturali e dalle persone che se ne prendono cura.


Torino mette la diversità al centro

Il messaggio condiviso dagli interventi è stato scelto come tema di Terra Madre – Salone del Gusto 2026, in corso a Torino: “Biodiversity – Be diversity”. La formula invita a considerare la varietà naturale anche come valore sociale e culturale, capace di contrastare disuguaglianze e fragilità.

Alla cerimonia inaugurale, quindi, la biodiversità è stata affrontata insieme come patrimonio da difendere, pratica agricola e strumento di resistenza. Dal ricordo di Carlo Petrini alle esperienze di Ucraina, Africa e Asia, il filo comune è l’idea che la protezione della vita passi da comunità più solidali e da scelte alimentari consapevoli.

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