Soju, il drink coreano che conquista anche l’Italia: dove trovarlo
Dal tavolo dei locali aperti fino a tardi ai supermercati italiani, il distillato coreano si è trasformato in un fenomeno globale tra versioni classiche, aromatizzate e cocktail.
A Milano il richiamo della Corea non passa solo da moda e cosmetici: tra eventi, degustazioni e pop-up dedicati al gusto, il soju si prende la scena come simbolo di convivialità e prodotto da cercare anche fuori dai confini asiatici. Chi vuole provarlo può trovarlo ormai non soltanto nei ristoranti specializzati, ma anche in alcuni supermercati italiani e nei negozi di alimentari asiatici.
Il cocktail che racconta la socialità coreana
Tra i mix più diffusi c’è il Somaek, nato dall’unione di soju e maekju, cioè birra. Rientra nei cosiddetti poktanju, i drink “bomba” che accompagnano molte serate in Corea del Sud.
Negli ultimi tempi si sono fatti strada anche preparati più morbidi e freschi, come il Soju Yogurt, che mescola il distillato con bevande probiotiche tipo Yakult e soda. Accanto a questi c’è anche il Somaekcol, un’altra combinazione molto apprezzata nei locali.
Dalla festa al bicchiere: cos’è il soju
Il soju è un distillato limpido, secco e con un profilo che va dal neutro a un leggero amaro, spesso chiuso da una sfumatura dolce. Le versioni attuali hanno in genere una gradazione tra il 16% e il 20%, mentre quelle storiche potevano arrivare a 40-45 gradi.
In Corea del Sud è una presenza quotidiana, consumata in modo simile a come in Italia si beve la birra, anche se il paragone regge solo fino a un certo punto: il soju ha un ruolo molto più centrale nella socialità locale. Secondo Euromonitor International, il Paese guida la classifica mondiale per consumo pro capite di superalcolici, con 13,7 shot a settimana per adulto.
Origini antiche, diffusione moderna
Le radici del distillato risalgono al XIII secolo, in epoca Goryeo, quando tecniche di distillazione introdotte dagli invasori mongoli di Kublai Khan arrivarono nella penisola. All’inizio si partiva da cereali come riso, orzo e frumento, fermentati con il nuruk, il tradizionale agente coreano fatto con grano macinato e acqua.
Per lungo tempo la produzione è rimasta costosa, tanto da confinare il soju nei consumi delle élite. La svolta è arrivata quando il riso è stato sostituito da ingredienti meno onerosi, tra cui patata dolce e tapioca: da quel momento il prezzo è sceso e la bevanda ha iniziato a diffondersi in modo capillare.
I marchi che guidano il mercato
Oggi il nome più forte è Jinro, prodotto da HiteJinro, indicato da Drinks International come il distillato più venduto al mondo per volume. Il primato dura da venticinque anni consecutivi e, nell’ultima rilevazione al 2026, parla di circa 94,5 milioni di casse standard.
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Un altro brand molto noto è Chum Churum, legato al gruppo Lotte, mentre tra i marchi cresciuti di più di recente figura Good Day, spinto soprattutto dalle sue versioni fruttate. La popolarità di questi prodotti è stata sostenuta anche dai testimonial: Jinro ha avuto volti come IU, Irene delle Red Velvet e oggi V, Kim Taehyung dei BTS; Chum Churum è stato associato a Bae Suzy e Jennie delle Blackpink.
Come si beve e con cosa abbinarlo
Il servizio ideale prevede una bottiglia molto fredda, meglio ancora se lasciata in frigorifero per ore. Prima di versarlo, molti agitano il contenitore per rimettere in sospensione i residui depositati sul fondo; i più abili riescono perfino a far comparire il cosiddetto soju tornado con un colpo di polso.
A tavola il compagno più naturale è il barbecue coreano, soprattutto la samgyeopsal, la pancia di maiale alla griglia. La sua parte alcolica secca aiuta a bilanciare la grassezza della carne e, allo stesso tempo, pulisce la bocca tra un morso e l’altro.
Funziona bene anche con piatti piccanti o ricchi di sapore, come i tteokbokki e gli stufati preparati con gochujang. In questi casi, la temperatura bassa del soju attenua la sensazione di piccante senza coprire gli aromi del piatto.
Varianti, prezzi e dove comprarlo in Italia
Dai primi anni Dieci il mercato ha accolto molte versioni aromatizzate alla frutta, pensate per il pubblico giovane e per chi si avvicina al prodotto dall’estero. Fragola, uva, mirtillo, pesca e pompelmo hanno affiancato il formato tradizionale in bottiglia verde, con una gradazione più bassa, tra il 12% e il 13%.
Il successo internazionale di queste linee ha spinto la crescita del soju fuori dalla Corea. In patria una bottiglia può costare meno di un euro nei supermercati e circa tre nei locali; in Italia il prezzo sale, fino a circa dodici euro nei ristoranti coreani, mentre marchi come Jinro e Chum Churum si trovano anche nella grande distribuzione, con prezzi intorno ai cinque o sei euro, oltre che nei negozi di prodotti asiatici a Milano e in Chinatown.
A rendere ancora più forte il fenomeno contribuisce anche il contesto culturale: il soju accompagna le hoesik, le cene di lavoro in cui bere con colleghi e superiori fa parte delle regole non scritte della vita d’ufficio. In questo quadro, rifiutare un bicchiere offerto dal proprio capo resta un gesto rischioso per la carriera.
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