Ristorante, chi merita davvero il cartello d’accesso vietato
Tra clienti alticci, tavolate assordanti e maleducazione, l’autrice racconta perché i bambini sono spesso l’ultimo dei problemi in sala.
Se potessi scegliere chi non incontrare più durante una cena, non inizierei certo dai bambini. Metterei ai primi posti chi arriva già alticcio e continua a ordinare, chi tratta il personale come un sottoposto e chi trasforma il tavolo in una gara a chi urla più forte.
Aggiungerei anche chi si presenta in infradito dopo che tu hai passato ore a decidere come vestirti, magari mentre il tuo compagno osserva ogni dettaglio dell’abbigliamento altrui e riesce così a rovinare l’atmosfera della serata. Non dimenticherei nemmeno certi commensali accompagnati da una persona che, con ogni probabilità, non è la moglie, la fidanzata e forse neppure l’amante. Ci siamo capiti.
La sala ha problemi ben più concreti
Nella mia esperienza, le persone davvero difficili da sopportare sono soprattutto quelle che alzano il gomito senza alcuna intenzione di fermarsi. Che nel bicchiere ci sia Barolo o un vino qualsiasi cambia poco: l’effetto sugli altri tavoli può essere identico.
Poi ci sono i clienti che richiamano i camerieri schioccando le dita, come se il servizio fosse una forma di obbedienza personale. E ci sono le comitive riunite dopo anni, capaci di occupare la sala con conversazioni urlate dall’inizio alla fine del pasto. Se esistesse un’insegna capace di tenerli lontani, la appenderei prima di qualunque divieto rivolto ai più piccoli.
Quando i bambini sanno stare a tavola
In tanti anni trascorsi nei ristoranti, raramente ho visto bambini capaci di creare più problemi degli adulti. Nei locali di alta cucina, poi, la situazione mi è sembrata ancora più evidente: il conto elevato e l’occasione speciale spingono proprio i genitori a intervenire per primi, perché nessuno vuole trasformare una cena importante in una battaglia familiare.
Mi è capitato di incontrare famiglie con figli abituati a quel genere di ambiente, seduti con calma mentre assaggiavano piatti insoliti, comprese animelle e caviale. A volte un telefono serviva a intrattenerli, ma senza disturbare i tavoli vicini. Anche i miei figli sono venuti con me in ristoranti stellati: hanno provato ciò che veniva servito, parlato a volume contenuto e rispettato il proprio posto. Quando la durata del pasto è diventata eccessiva, abbiamo semplicemente saltato la piccola pasticceria e siamo tornati a casa.
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Il divieto colpisce tutti senza distinguere
Certo, i bambini possono essere rumorosi, capricciosi o imprevedibili. Noi genitori lo sappiamo bene: li cresciamo, proviamo a insegnare loro le regole, ma non possiamo escludere che ogni tanto decidano di fare di testa propria. Questo, però, non autorizza a considerarli in partenza un disturbo.
Un cartello che impedisca l’ingresso a un’intera categoria confonde comportamenti molto diversi tra loro. Presume che ogni bambino correrà tra i tavoli, rovescerà bicchieri o renderà impossibile il lavoro dei camerieri, quando non è affatto detto che accada. Il punto dovrebbe essere ciò che una persona fa, non l’età che ha.
Prima dei bambini, sceglierei altri ospiti
La polemica contro i genitori che portano i figli al ristorante riappare spesso quando mancano altri argomenti capaci di attirare attenzione: niente ricevute da cifre spropositate, nessuna lamentela sui giovani poco disposti a lavorare in cucina, nessun proclama pronto per diventare popolare. E così si rispolvera l’idea che il problema della ristorazione siano i più piccoli.
Da madre e da cliente, però, posso ammettere che i bambini talvolta siano faticosi. Se davvero fosse possibile distribuire i divieti con un minimo di criterio, lascerei volentieri a chi li considera insopportabili i figli vivaci del tavolo accanto e terrei per me il cliente ubriaco, facoltoso e arrogante della sala.
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