Pollo cinese, l’export raddoppia: l’Europa teme l’invasione a basso costo
La produzione avicola di Pechino ha superato i consumi interni e punta sui mercati esteri, mentre Bruxelles valuta se intervenire contro una concorrenza sostenuta dai sussidi.
Il pollo cinese costa poco, viene prodotto in quantità sempre maggiori e ora cerca nuovi sbocchi fuori dai confini nazionali. Dopo aver conquistato una fetta crescente dei consumi interni, l’industria avicola di Pechino sta spingendo sulle esportazioni, mettendo sotto pressione i produttori di diversi Paesi, compresi quelli europei.
Il fenomeno non riguarda soltanto il prezzo della carne nei supermercati. Dietro l’espansione ci sono investimenti tecnologici, aiuti pubblici, cambiamenti nelle abitudini alimentari e un mercato interno che non riesce più ad assorbire tutta l’offerta.
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La Cina cerca nuovi consumatori
Per decenni la Cina ha importato più alimenti di quanti ne producesse. Il disavanzo agricolo resta molto ampio, oltre 100 miliardi di dollari nel 2023, ma si sta riducendo progressivamente. In alcuni comparti, come quello del pollame, il sorpasso è già avvenuto: la produzione nazionale è cresciuta al punto da rendere indispensabile la ricerca di clienti all’estero.
Nel 2023 le esportazioni cinesi di prodotti a base di pollo hanno raggiunto un valore di 2,6 miliardi di dollari, quasi il doppio rispetto al 2020. Dal 2022 la quota cinese nel mercato dell’Unione europea per i prodotti avicoli trasformati è salita fino al 10%; nel Regno Unito ha superato il 14%, dopo essere triplicata nello stesso periodo.
Perché il pollame è esploso
Il pollame è una delle carni più facilmente industrializzabili e, in genere, anche la più economica. La sua filiera può essere organizzata su larga scala, con impianti specializzati e processi standardizzati. Proprio questo modello, però, alimenta da anni le critiche sulle condizioni degli animali e sulla qualità delle produzioni intensive.
A spingere il settore cinese è stata anche la volontà di migliorare la sicurezza alimentare, per lungo tempo considerata un punto debole dell’industria nazionale. Dopo episodi come lo scandalo del latte in polvere contaminato dalla melammina nel 2008, Pechino ha finanziato innovazione, impianti più moderni e adeguamenti alle norme igieniche. Il confine tra sostegno statale e libera concorrenza, tuttavia, rimane difficile da definire.
Dal maiale al pollo, cambia la dieta
Il successo del pollame si lega anche alla trasformazione della società cinese. L’alimentazione tradizionale ruotava soprattutto attorno alla carne di maiale, ma urbanizzazione e attenzione alla salute hanno favorito carni percepite come più leggere. Il pollo ha così guadagnato spazio, prima nei consumi e poi nei piani di investimento delle aziende.
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La capacità produttiva, una volta ampliata, non si è ridotta quando la domanda interna ha iniziato a rallentare. Le imprese si sono quindi rivolte a mercati come Giappone, Europa e Brasile, mentre la Thailandia, oggi tra i principali esportatori mondiali, ha visto diminuire il proprio peso relativo in alcune aree.
Bruxelles osserva e valuta i dazi
L’arrivo di prodotti cinesi a prezzi contenuti preoccupa soprattutto i produttori europei, che temono di perdere quote di mercato. La Commissione europea ha già aperto un’indagine antidumping sulle importazioni di anatra dalla Cina, dopo le accuse di concorrenza sleale legata ai sussidi pubblici.
In un altro caso, Bruxelles ha introdotto dazi antidumping tra il 41% e il 67% sulle proteine di pisello provenienti dalla Cina. Per il pollo, invece, non sono state ancora adottate misure analoghe: le autorità stanno monitorando l’andamento delle importazioni e gli effetti sui produttori locali.
Un modello efficiente, ma fragile
L’espansione del pollo non resta confinata agli scaffali. McDonald’s prevede di aumentare il peso del pollame nella propria offerta, mentre Leroy Seafood Group ha iniziato a usare scarti della lavorazione avicola come alimento per salmoni d’allevamento destinati al mercato britannico. L’argomento è l’efficienza nell’uso delle proteine, ma la spinta principale resta anche economica.
La vicenda cinese mostra però il limite di una produzione costruita per crescere senza sosta. Lo stesso comparto suinicolo, dopo anni di sviluppo, sta attraversando una crisi perché l’offerta supera la domanda e i prezzi sono scesi troppo. Anche il pollo, se continuerà ad aumentare senza trovare nuovi consumatori, potrebbe trovarsi davanti allo stesso problema.
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