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Food 2 min di lettura48 min fa

Deforestazione, Cargill ammette il fallimento dell’obiettivo 2020

La coltivazione della soia continua a consumare vegetazione nativa, soprattutto nel Cerrado brasiliano

L’obiettivo di eliminare la deforestazione dalle filiere agricole entro il 2020 non è stato raggiunto. A riconoscerlo è Cargill, tra i maggiori commercianti internazionali di materie prime agricole.

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Il Cerrado perde vegetazione

Nel bioma brasiliano del Cerrado, la superficie destinata alle coltivazioni è aumentata dell’87 per cento tra il 2000 e il 2015. Le rilevazioni governative più recenti citate nel rapporto indicano inoltre la perdita di oltre 6.600 chilometri quadrati di vegetazione nativa tra il 2017 e il 2018.

La pressione agricola è legata soprattutto alla soia. Nel periodo considerato, il Brasile ha raggiunto una produzione di 123 milioni di tonnellate, diventando il principale produttore mondiale. Nel frattempo, l’amministrazione di Jair Bolsonaro aveva espresso l’intenzione di ampliare le attività economiche nell’Amazzonia, compresa l’agricoltura.

Il Cerrado ha un’estensione paragonabile a quella dell’Arabia Saudita e offre una protezione normativa più limitata rispetto all’Amazzonia. Agli agricoltori è richiesto di preservare dal 20 al 35 per cento della vegetazione originaria, mentre nelle aree amazzoniche la quota arriva all’80 per cento.


Cargill rivede gli impegni

Ruth Kimmelshue, dirigente di Cargill per le politiche ambientali, ha ammesso che il comparto non ha rispettato la scadenza: «Nonostante i nostri sforzi collettivi all’interno di Cargill e del settore, l’industria non raggiungerà l’obiettivo del 2020 di eliminare la deforestazione dalle nostre catene di approvvigionamento».

Secondo un rapporto citato nel testo, il 37,4 per cento della soia acquistata da Cargill in Brasile arrivava dal Cerrado. Una quota del 23,1 per cento proveniva invece da comuni dove la conversione della vegetazione naturale in terreni agricoli procede a ritmi elevati.

L’azienda ha presentato un piano dedicato alla soia. Il programma prevede l’esclusione dei fornitori coinvolti nella distruzione di aree protette o sottoposte a embargo, presenti negli elenchi governativi sul lavoro forzato oppure impegnati in attività illegali.

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Cargill ha anche destinato 30 milioni di dollari a iniziative per sostenere gli agricoltori nella tutela dei boschi. Nell’ultimo anno, il gruppo ha registrato un utile netto di 3,1 miliardi di dollari.


Le critiche delle associazioni

Kimmelshue ha respinto l’idea di abbandonare del tutto le zone considerate ad alto rischio. A suo giudizio, una simile scelta spingerebbe i produttori verso altri acquirenti senza fermare le pratiche responsabili della perdita di foreste.

L’azienda ha mantenuto una posizione prudente anche sulle politiche ambientali del governo brasiliano, sostenendo che l’esecutivo condividerebbe l’obiettivo di conciliare tutela delle foreste e crescita economica.

Glenn Hurowitz, amministratore delegato di Mighty Earth, ha contestato la portata degli annunci: «Questo è un grande comunicato stampa sul loro impegno a rispettare semplicemente la legge, cosa che si penserebbe cercassero di fare comunque».

Cargill sostiene che la soluzione debba coinvolgere l’intera filiera, evitando di spostare gli acquisti da un’impresa all’altra. Per le organizzazioni ambientaliste, però, le misure annunciate non hanno ancora dimostrato di poter arrestare la conversione dei territori naturali.

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