Vigneti, luce e manualità: il viaggio tra Prosecco e Venezia
Dalle colline di Conegliano e Valdobbiadene all’artigianato di San Giorgio Maggiore, un itinerario veneto costruito tra paesaggio, tecnica e creatività.
Tra filari modellati sulle pendici e superfici che cambiano aspetto seguendo la luce, questo itinerario mette in relazione due territori solo apparentemente lontani. Da una parte ci sono le Colline del Prosecco, dove il lavoro agricolo ha trasformato la montagna in un paesaggio coltivato; dall’altra Venezia, con le sue botteghe, i materiali e le tecniche tramandate nel tempo.
Il percorso parte dall’aeroporto Marco Polo e attraversa la provincia di Treviso fino a Conegliano, Valdobbiadene e Susegana, per poi tornare nella Laguna e raggiungere San Giorgio Maggiore. A fare da filo conduttore sono la cura manuale, il rapporto con la materia e il modo in cui la luce rivela forme e dettagli.
La luce cambia tra vigne e Laguna
Il punto di arrivo veneziano è l’isola di San Giorgio Maggiore, di fronte a Piazza San Marco, sede della Fondazione Giorgio Cini. Per tutto settembre 2026 ha ospitato la quarta edizione di Homo Faber, biennale internazionale dedicata all’alto artigianato contemporaneo, con Mazda tra i partner.
L’edizione, intitolata An Island of Light e curata artisticamente da Es Devlin, ha riunito oltre 700 oggetti creati da più di 500 artigiani di oltre 70 Paesi. Le opere erano distribuite in 15 installazioni allestite negli spazi monumentali e nei giardini della Fondazione, con un’attenzione rivolta non soltanto ai risultati finali, ma anche agli strumenti e ai procedimenti necessari per realizzarli.
Il tema della luce collegava molte delle opere esposte e trovava a Venezia un contesto particolarmente significativo. Per secoli la città ha messo in comunicazione Oriente e Occidente, accogliendo materiali e conoscenze poi reinterpretati dalle botteghe locali. Il vetro di Murano, il merletto di Burano, i tessuti, la lavorazione dei metalli, la gioielleria, la legatoria e la costruzione delle gondole negli squeri sono espressioni diverse di questa eredità.
Le colline chiedono tempo
Prima di arrivare sull’isola, il viaggio attraversa il paesaggio compreso tra Conegliano e Valdobbiadene, centro storico della produzione del Prosecco Superiore DOCG. Il territorio è stato inserito nel patrimonio dell’UNESCO nel 2019 e conserva i segni di un equilibrio costruito nei secoli tra conformazione naturale e intervento umano.
A caratterizzare i versanti sono soprattutto i ciglioni: porzioni di terreno coltivate a vite su terrazze erbose strette, progettate per seguire l’inclinazione delle colline. In alcune zone la pendenza supera il 35 per cento e molte attività vengono ancora svolte manualmente, con un impegno che può arrivare a 800-900 ore per ettaro all’anno.
L’inizio dell’autunno è un momento adatto per percorrere queste strade. Dopo la vendemmia, e in particolare dopo l’estate eccezionalmente calda del 2026, le vigne iniziano a cambiare colore mentre il paesaggio alterna boschi, piccoli centri, filari e saliscendi dolci. Le distanze contenute permettono di abbandonare rapidamente le vie più trafficate e procedere senza fretta tra deviazioni e punti panoramici.
Tra Conegliano e Valdobbiadene
Conegliano rappresenta l’accesso naturale all’area e conserva anche una tappa importante nella storia della viticoltura italiana. Qui, nel 1876, nacque la prima Scuola di Viticoltura ed Enologia d’Italia, istituzione che contribuì a unire il sapere tramandato dalla tradizione con lo studio e le tecniche produttive.
Una deviazione conduce al Molinetto della Croda, a Refrontolo. L’antico mulino ad acqua, costruito ai piedi di una cascata alla fine del diciassettesimo secolo, offre un’immagine raccolta del territorio: al posto degli ampi panorami compaiono pietra, acqua e vegetazione, in una scena legata alla vita rurale di un tempo.
Proseguendo, il borgo di Rolle regala una vista sui versanti circostanti. Le abitazioni, il campanile e i vigneti compongono un insieme ancora legato alle attività agricole, mentre il percorso può continuare verso Valdobbiadene oppure deviare in direzione di Susegana.
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In quest’ultima località la sosta è stata alla Cantina Conte Collalto, tenuta storica collegata al territorio e al vicino Castello di San Salvatore. Il susseguirsi di curve, pendenze e aperture sul paesaggio rende l’automobile uno strumento utile soprattutto per esplorare ciò che si incontra lungo il tragitto, non soltanto per raggiungere la destinazione successiva.
Un’elettrica sulle strade venete
A percorrere l’itinerario è stata la nuova Mazda CX-6e, modello completamente elettrico arrivato sul mercato europeo nell’estate 2026. La batteria da 78 kWh promette un’autonomia superiore ai 400 chilometri, dato che consente, almeno sulla carta, di affrontare il percorso senza organizzare ogni tappa intorno alle ricariche.
La vettura dispone di trazione posteriore e di una regolazione pensata per le strade europee. Gli interventi hanno riguardato, tra gli altri aspetti, la risposta dell’acceleratore, lo sterzo, le sospensioni e la frenata rigenerativa.
Su queste colline, tuttavia, l’aspetto più evidente non riguarda soltanto i dati tecnici. La marcia silenziosa, le ripartenze progressive e il recupero di energia durante le discese modificano il modo di attraversare un paesaggio che alterna continuamente ritmo e direzione.
Anche il disegno della carrozzeria richiama il tema della luce: le superfici sono state studiate per intercettarla e restituirla in forme diverse. Nell’abitacolo viene ripreso il concetto giapponese di “ma”, che attribuisce importanza anche agli spazi vuoti, un’idea destinata a tornare nella tappa veneziana.
Quando l’auto diventa materia
Il legame tra Mazda e Homo Faber passa anche dal processo creativo che precede la produzione di un’automobile. Nel percorso di progettazione, i disegni vengono trasformati in modelli fisici d’argilla, sui quali i modellatori intervengono direttamente per correggere volumi e superfici attraverso il tatto e ripetuti aggiustamenti.
A San Giorgio Maggiore era esposto un modello in argilla della CX-5, testimonianza di una fase normalmente non visibile al pubblico. Il procedimento esprime la filosofia Kodo – Soul of Motion, linguaggio estetico con cui Mazda cerca di trasmettere un senso di movimento anche a una forma ferma.
La questione non riguarda soltanto il tracciato delle linee. Il lavoro serve anche a valutare come una superficie reagirà alla luce e come apparirà quando l’osservatore le girerà intorno, un principio che avvicina la progettazione industriale alla pratica artigianale.
Durante il soggiorno veneziano, il rapporto tra gesto e materia è stato riproposto in una forma diversa. Taró Nordberg, artista svizzero-giapponese di quarta generazione, ha dipinto direttamente sulla carrozzeria di una Mazda6e, utilizzandola come una tela tridimensionale e richiamando la tradizione del sumi-e, la pittura giapponese a inchiostro, insieme a quella della calligrafia.
Nordberg aveva inoltre lavorato allo spazio Mazda della biennale, reinterpretando i noren, tradizionali pannelli tessili giapponesi. Sulle grandi superfici di seta bianca comparivano poesie e kanji ispirati alla luce, completando il percorso ideale iniziato tra i vigneti: dalla materia coltivata sulle colline alla forma costruita dalle mani degli artigiani.
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