Tetto agli alunni stranieri: la scuola chiede maestri, non ghetti
Il limite del 30% riaccende il confronto sull’inclusione, ma il problema delle classi multiculturali richiede risorse e competenze, non separazioni
Resta difficile immaginare come la nuova disciplina possa tradursi in controlli concreti. Un genitore che non padroneggia l’italiano verrà davvero segnalato ai servizi sociali? E con quale criterio si dovrebbe misurare quella competenza? È improbabile che presidi e assistenti sociali trasformino una difficoltà linguistica in un obbligo per madri e padri adulti, chiamati a tornare sui banchi a cinquant’anni.
Senza insegnanti, il limite non basta
Il punto non è dividere gli alunni, ma garantire alle scuole il personale necessario. In una classe di 25 bambini possono convivere tre marocchini, due cinesi, tre indiani, un rumeno e un ucraino, con percorsi scolastici precedenti e livelli linguistici molto diversi. In queste condizioni seguire tutti diventa complesso e alcuni ragazzi, negli ultimi anni, sono rimasti indietro.
La risposta, però, non può consistere nell’istituire quote o gruppi separati. Occorrono docenti aggiuntivi e figure capaci di conoscere le culture e i sistemi educativi da cui provengono i nuovi alunni, così da accompagnarli senza creare classi-ghetto. Come ricordava Gesualdo Bufalino, “Per combattere la mafia serve un esercito di maestri”: oggi quella stessa idea riguarda l’inclusione scolastica.
Le classi miste hanno cambiato l’Italia
La presenza di bambini arrivati da altri Paesi non rappresenta soltanto una difficoltà organizzativa. Anche quando l’italiano manca, il confronto quotidiano offre agli altri alunni l’occasione di scoprire lingue, ricorrenze e tradizioni diverse, continuando al tempo stesso a studiare con i propri strumenti culturali, dal dizionario al Crocefisso.
Fino a circa trent’anni fa, nella scuola italiana, la presenza straniera era poco considerata e spesso ridotta a categorie sommarie. In seguito, le esperienze maturate nelle classi hanno aiutato a distinguere realtà geografiche e religiose che molti conoscevano appena: il Punjab, l’India, il mondo musulmano e le sue articolazioni non possono essere ricondotti a stereotipi nati dopo l’11 settembre 2001.
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Chi resta fuori dal 30%
Il provvedimento stabilisce una soglia del 30%, ma prevede alcune esclusioni. Non rientrano nel conteggio i bambini migranti che abbiano frequentato due anni di scuola dell’infanzia, concluso con esito positivo un triennio, oppure siano nati in Italia e vi abbiano abitato dall’inizio del percorso scolastico.
La quota riguarderebbe quindi soprattutto chi arriva senza una conoscenza adeguata della lingua italiana. Da qui nasce una domanda: perché concentrare l’attenzione sugli stranieri quando esistono anche alunni italiani che non hanno accesso alla scuola dell’infanzia, vivono in case prive di libri e non entrano mai in una libreria, in un museo, al cinema o a un concerto?
Il decreto e la polemica politica
Secondo l’autore, il nuovo intervento del ministro Giuseppe Valditara rischia di confondere un problema reale con una soluzione di carattere propagandistico. Il testo è stato approvato giovedì dal Consiglio dei ministri e riguarda proprio la presenza degli alunni stranieri nelle classi, ma la questione educativa non si esaurisce in una percentuale.
La critica investe anche l’impostazione generale delle politiche scolastiche attribuite a Valditara, dalla censura dell’educazione sessuale alla gestione dell’integrazione. Chi insegna ogni giorno nella scuola dell’infanzia, primaria o secondaria di primo grado, sostiene l’autore, conosce una complessità che non può essere affrontata senza investimenti, preparazione e sostegno agli insegnanti.
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