Sanità, il ricambio è un rebus: 4 su 10 verso la pensione entro il 2031
Antonio Magi segnala un’uscita massiccia di professionisti e chiede interventi su salari, sicurezza, organizzazione e attrattività delle specializzazioni
Aggressioni, carichi di lavoro e stipendi meno competitivi rispetto ad altri Paesi stanno rendendo più difficile trattenere i professionisti nel Servizio sanitario nazionale. Per Antonio Magi, segretario generale di Sumai Assoprof, servono misure immediate, ma anche una riforma più ampia capace di cambiare l’organizzazione dell’assistenza.
Magi considera l’aumento delle retribuzioni soltanto una parte della risposta: il sistema dovrebbe offrire condizioni operative sostenibili, maggiore tutela per il personale e spazi regolati per l’attività libero-professionale. Ha definito questi interventi una “soluzione iniziale”, mentre per un cambiamento duraturo sarebbero necessarie risorse adeguate.
Il Ssn perde attrattiva su più fronti
Il divario economico pesa nelle scelte dei medici. In alcuni Paesi europei, osserva Magi, la remunerazione può arrivare a essere quattro o cinque volte superiore a quella italiana, insieme a contesti di lavoro ritenuti meno esposti a rischi. Anche la violenza contro gli operatori contribuisce a indebolire l’appeal del servizio pubblico.
Secondo il segretario di Sumai, la sanità territoriale e quella ospedaliera devono essere ripensate con modelli più funzionali. L’obiettivo indicato è evitare turni e responsabilità che producano condizioni professionali insostenibili, senza trascurare la possibilità di esercitare correttamente anche fuori dal Ssn.
Il pensionamento mette il sistema sotto pressione
A preoccupare è anche il ricambio generazionale. Le proiezioni dell’Organizzazione mondiale della sanità indicano che entro il 2031 potrebbe ritirarsi circa un medico su quattro; in Italia la quota stimata per il personale del Ssn sarebbe ancora più alta. “Da noi la situazione è persino peggiore: circa quattro medici su dieci del Ssn andranno in pensione”, ha affermato Magi.
Il fenomeno, secondo il dirigente sindacale, interessa inoltre le altre professioni sanitarie. L’Italia dispone numericamente di molti medici, ma l’età media della popolazione professionale è elevata e l’uscita di tanti operatori rischia di aggravare le difficoltà già presenti.
Le specialità più difficili da coprire
La distribuzione delle carenze non è uniforme. Alcuni percorsi risultano più appetibili perché consentono maggiori opportunità al di fuori del servizio pubblico; altri, invece, offrono meno occasioni di libera professione e attirano un numero inferiore di giovani.
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Tra i fattori che orientano le scelte c’è anche l’esposizione medico-legale. Medicina d’urgenza, chirurgia e attività con responsabilità particolarmente elevate vengono spesso percepite come più rischiose, mentre le branche considerate meno problematiche sotto questo profilo risultano più richieste.
Diagnosi e tumori tra le emergenze
Le carenze più marcate riguardano anche settori che non garantiscono grandi possibilità di esercizio privato. Magi cita in particolare gli anatomopatologi, la cui attività è essenziale per individuare e trattare le patologie tumorali, e i radioterapisti, coinvolti nel percorso di cura dei pazienti oncologici.
La mancanza di queste figure può creare vuoti rilevanti in passaggi delicati dell’assistenza. Per questo, secondo Sumai Assoprof, occorre aumentare l’attrattività delle specializzazioni che oggi registrano le scoperture maggiori, così da indirizzare verso di esse una parte più ampia dei giovani professionisti.
Formazione italiana e fuga all’estero
Un ulteriore elemento di squilibrio nasce dal reclutamento internazionale. Alcuni Paesi, dopo una programmazione insufficiente del proprio fabbisogno, cercano professionisti già formati in Italia e propongono condizioni economiche che il Ssn fatica a pareggiare.
Il rischio è che le risorse investite nella formazione producano benefici soprattutto per altri sistemi sanitari. “Formiamo i medici con le nostre risorse e poi rischiamo di perderli, perché all’estero possono ricevere offerte molto più vantaggiose”, ha sintetizzato Magi, collegando il problema del reclutamento alla necessità di rendere nuovamente competitivo il servizio pubblico.
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