5.000Lettori online ora
Salute 4 min di lettura5 giorni fa

Cpr, perché l’accusa ai medici regge solo dopo averli visti da vicino

L’articolo contesta l’inchiesta di Ravenna sui certificati dei Cpr e richiama il contesto sanitario e detentivo in cui quei giudizi vengono formulati.

Prima di trasformare un certificato medico in un atto d’accusa, bisognerebbe almeno conoscere i luoghi in cui viene redatto. È questo il punto sollevato dal testo sulla vicenda che coinvolge Nicola Cocco e altri sanitari di Ravenna, finiti al centro dell’indagine della Procura sui documenti di inidoneità al trattenimento nei Cpr.


Il nodo dell’indagine di Ravenna

L’obiezione di fondo è che quei medici non avrebbero operato nell’ombra, ma dentro un percorso pubblico, discusso e reso trasparente. L’iniziativa richiamata nel testo nasce infatti dall’appello della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni, con l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione e la rete Mai più lager-No ai Cpr, diffuso sui siti dei promotori e presentato come una campagna di presa di coscienza sulla certificazione delle persone migranti.

Secondo quanto riportato, il documento è stato elaborato il 1º gennaio 2024, poi affrontato in più convegni e momenti di formazione, quindi fatto circolare nel marzo 2024 in vari presìdi sanitari insieme a un modulo per la valutazione della non idoneità alla vita nei Cpr. In altri termini, si trattava di uno strumento clinico pensato per descrivere le condizioni della persona e, quando possibile, anche quelle della struttura di destinazione.

La Procura di Ravenna, sempre secondo il testo, è arrivata a contestare la vicenda soltanto due anni dopo l’avvio di quell’esperienza. Nel febbraio del 2026 avrebbe riscontrato che in 34 casi su 64 i medici del reparto di malattie infettive dell’Ospedale di Ravenna avevano rilasciato un certificato di inidoneità al trattenimento.


Perché i Cpr non sono come altri luoghi

Il ragionamento si sposta poi sulla natura stessa dei Cpr. Certificare l’idoneità in quei centri, si legge, non equivale a farlo per una clinica o per un carcere: lì non esiste la presenza continuativa del servizio sanitario pubblico, manca l’assistenza medica e paramedica 24 ore su 24 e l’attività sanitaria è affidata a soggetti privati incaricati dal gestore.

La descrizione del contesto è molto dura. I Cpr vengono rappresentati come spazi chiusi in cui le persone restano ferme per mesi, con attività ridotte quasi al nulla e strutture descritte come gabbie o ambienti di mera custodia. Con la normativa attuale, il trattenimento può arrivare fino a diciotto mesi; inoltre, il testo ricorda che il rimpatrio riguarda in media circa il 40 per cento degli stranieri trattenuti ogni anno, sulla base del monitoraggio del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà tra il 2016 e il 2024.

Da qui l’idea che la valutazione di compatibilità richieda attenzione particolare. Un medico, sostiene l’articolo, non dovrebbe limitarsi a ratificare una decisione di contenimento, ma verificare con precisione sia le condizioni psicofisiche della persona sia l’adeguatezza del luogo in cui verrebbe rinchiusa.


La salute in queste strutture è un problema

A rafforzare la tesi, il testo richiama altre valutazioni considerate autorevoli e indipendenti. L’Oms, nel 2022 e anche quest’anno, ha fornito evidenze sui rischi di questi ambienti; il Comitato europeo per la prevenzione della tortura, dopo la visita dell’aprile 2024 in alcuni centri italiani, ha parlato di degrado materiale e di qualità della vita compromessa, oltre a criticare la superficialità di molte visite preliminari.

Chiedi a Readoo3 / 3 oggi

Fai una domanda su questo articolo o sul suo argomento: l'AI risponde in modo pertinente.

Nel quadro delineato, il medico non dovrebbe abbandonare la propria funzione primaria. La sua missione, si insiste, è tutelare la salute, non diventare un terminale amministrativo delle esigenze restrittive dello Stato. Per questo l’atto sanitario non può ridursi a un’autorizzazione alla detenzione.

Il testo fa anche riferimento al rischio concreto che una persona già provata da traumi fisici o psicologici venga comunque inserita in un Cpr. Viene citato il caso di Moussa Balde, descritto dopo il violento pestaggio subito, per mostrare le conseguenze che può avere una certificazione troppo sbrigativa.


L’appello ai giudici: prima vedere, poi giudicare

Nelle righe finali compare l’invito più diretto: non basta sostenere che i medici agiscano per ostilità ideologica verso i Cpr. Anzi, il testo sostiene che l’idea di giudicarli così può venire solo a chi quei centri li abbia davvero conosciuti da vicino.

Viene richiamato anche un passaggio della Federazione nazionale degli Ordini dei medici, che nel 2025 avrebbe fatto proprio l’appello della Simm. Il punto, secondo questa ricostruzione, è che la valutazione sanitaria non può essere piegata alla logica della sicurezza: deve restare autonoma, fondata sulla tutela del paziente e non sulla conferma di una misura restrittiva.

La chiusura è affidata a un richiamo attribuito a Piero Calamandrei: chi deve decidere dovrebbe entrare nei Cpr, guardarli davvero e confrontare i moduli di idoneità e non idoneità prima di stabilire quale dei due sia più aderente alla realtà.

ℹ️ Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo e non sostituiscono il parere del medico. Per qualsiasi dubbio sulla tua salute rivolgiti al tuo medico di fiducia.

Ti è piaciuto? Condividilo

Continua a leggere