Canada, l’eutanasia finisce nel mirino: la nipote parla di consenso negato
Brigitte Kranendonk contesta la procedura su sua nonna, 83 anni, e sostiene che la decisione sia stata presa senza un consenso davvero consapevole.
Brigitte Kranendonk mette in dubbio la regolarità di quanto accaduto alla nonna, Brigitte Stegemann, e sostiene che la donna sia stata accompagnata alla morte senza aver capito davvero cosa stesse succedendo. Nel suo racconto, il punto centrale resta l’assenza di un assenso libero e informato.
Il consenso che non convince
Secondo la nipote, il quadro era reso ancora più delicato dall’età, dalla sordità e dalle difficoltà linguistiche della donna, oltre che dal fatto che il personale avrebbe usato formule molto indirette. Kranendonk ha riferito al Daily Mail che il medico evitava termini espliciti come morte o morire e parlava piuttosto di farmaci e sollievo dal dolore.
La famiglia denuncia pressioni e opacità
La donna ha anche raccontato di aver chiesto spiegazioni sulla procedura e di essersi sentita trattata come un ostacolo da chi seguiva la pratica. A suo dire, nessun documento sarebbe stato disponibile nella struttura prima della data fissata, mentre la documentazione su Stegemann sarebbe stata completata solo dopo il decesso.
Kranendonk ha inoltre presentato un ricorso per verificare se tutto sia avvenuto nel rispetto delle regole. Nel frattempo ha sostenuto che in casa di riposo non ci fossero precedenti in materia e ha ipotizzato che il personale abbia agito senza sufficiente esperienza.
Cosa è accaduto a Ontario
La vicenda riguarda Ontario, in Canada, dove la donna, 83 anni, è morta dopo la procedura di suicidio assistito. La nipote afferma che la zia sia stata dichiarata idonea nonostante, in un test cognitivo, avesse mancato tutte le risposte necessarie per dimostrare di poter esprimere un consenso valido.
Kranendonk ha raccontato anche il momento in cui la nonna avrebbe saputo che la fine era vicina: quando le fu detto che sarebbe morta venerdì, l’anziana si sarebbe messa a piangere in modo inconsolabile. Sempre secondo la nipote, la donna era convinta che i due fratelli ancora vivi fossero già morti.
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Gli ultimi momenti raccontati dalla nipote
La fase finale, stando al suo racconto, sarebbe stata tutt’altro che serena. Kranendonk ha descritto un primo tentativo di inserimento della flebo andato a vuoto, con l’infermiera costretta a riprovare più volte e con il sangue finito su braccio, camicia da notte, cuscino e lenzuola.
La nipote ha spiegato anche di aver osservato una seconda valutazione alla presenza del medico e di aver capito quanto il linguaggio usato fosse, a suo giudizio, troppo vago per una donna con 83 anni, grave ipoacusia e l’inglese non come prima lingua. In quella circostanza, ha ricordato, le vennero promesse solo cure e tranquillità.
Il quadro medico e le regole canadesi
Kranendonk ha detto che la nonna soffriva di un cancro allo stomaco al quarto stadio. Ha aggiunto di averla seguita per anni nell’alimentazione, poi di aver smesso di imporle limiti dopo la diagnosi, accettando che mangiasse ciò che desiderava e cercando soltanto di farle vivere la fase finale nel modo più sereno possibile.
La famiglia contesta inoltre il ruolo della casa di cura, mentre i medici e la struttura sostengono che il consenso ci fosse. Le norme canadesi prevedono che il paziente sia mentalmente lucido e colpito da una condizione medica grave e incurabile; restano però al centro del caso, secondo la nipote, i passaggi formali e la tempistica dei documenti relativi a Stegemann.
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