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Salute 3 min di lettura2 giorni fa

Adi, il conto del dopo-Pnrr: oltre 1,3 miliardi l’anno dal 2027

Salutequità chiede di finanziare la continuità delle cure a domicilio, mentre aumentano anziani, cronicità e differenze tra le Regioni

Il mantenimento di alcuni interventi nati con il Pnrr potrebbe richiedere, dal 2027, una spesa annuale superiore a 1.300 milioni di euro a carico del finanziamento ordinario del Servizio sanitario nazionale. È la stima richiamata dalla Ragioneria Generale dello Stato e rilanciata da Tonino Aceti, presidente di Salutequità, nel dibattito sul futuro dell’assistenza domiciliare integrata (Adi).


Il nodo dei fondi dopo il 2026

La questione riguarda soprattutto la copertura economica degli anni successivi al 2026. Le Regioni hanno segnalato in Parlamento il rischio che, senza nuove risorse, la sanità territoriale sviluppata attraverso la Missione 6 del Pnrr non riesca a mantenere gli attuali livelli di attività.

Aceti collega la necessità di intervenire anche all’evoluzione demografica e sanitaria del Paese. Secondo i dati Istat riferiti al 1° gennaio 2023, l’Italia è lo Stato dell’Unione europea con la quota più elevata di popolazione anziana, pari al 24%; seguono Germania al 22,1%, Francia al 21,2% e Spagna al 20,1%. Nel 2024, inoltre, il 48,9% delle persone con almeno 75 anni presentava tre o più patologie croniche oppure forti limitazioni nello svolgimento delle attività quotidiane.


La crescita dell’Adi non è sufficiente

Gli investimenti del Pnrr hanno portato la percentuale di over 65 assistiti a domicilio dal 4,6% del 2019 all’11,3% del 2025. Per Aceti, l’aumento è stato sostenuto da circa 3 miliardi di euro destinati all’assistenza domiciliare e da altri 1,5 miliardi per la telemedicina, che può supportare anche l’erogazione dell’Adi.

La maggiore diffusione del servizio, tuttavia, non ha risolto ogni criticità. L’associazione osserva che l’espansione quantitativa non è stata accompagnata da un adeguato orientamento verso i pazienti con bisogni assistenziali più complessi. Restano inoltre marcate differenze nella capacità dei diversi territori di garantire questo tipo di presa in carico.


Ore e intensità restano diseguali

Nel 2023 il 58,5% delle prese in carico di persone over 65 si è concentrato negli interventi occasionali, indicati come GdC 0, e nel livello minimo di intensità, il Cia Base. Nello stesso periodo è diminuito anche il tempo medio di assistenza per caso: tra il 2022 e il 2023 si è passati da 18 a 15 ore.

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Il divario emerge con particolare evidenza per l’Adi ad alta intensità, classificata come Cia 3. I dati 2023 del Nuovo sistema di garanzia dei Lea indicano una media nazionale di 3,09 assistiti ogni mille abitanti: si va dai 7,12 del Molise e dai 5,97 della Basilicata all’1,24 della Pa di Bolzano e allo 0,38 della Calabria.


La richiesta per la prossima manovra

Per evitare un ridimensionamento dell’assistenza domiciliare, Salutequità sollecita un finanziamento dedicato nella prossima legge di Bilancio. L’obiettivo indicato è mantenere i servizi già attivati, rafforzarli e ridurre le disparità territoriali, includendo case della comunità, ospedali di comunità e telemedicina nel quadro più ampio della sanità territoriale.

Aceti considera “irricevibile qualsiasi arretramento sulle cure domiciliari” e sostiene che la continuità debba essere garantita attraverso decisioni rapide e risorse strutturali. In assenza di questo intervento, avverte, il sistema sanitario rischierebbe di allontanarsi dai bisogni legati a invecchiamento, cronicità e fragilità, con possibili conseguenze anche sulla sua sostenibilità.

ℹ️ Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo e non sostituiscono il parere del medico. Per qualsiasi dubbio sulla tua salute rivolgiti al tuo medico di fiducia.

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