Vannacci rallenta: fughe, polemiche e sondaggi meno brillanti
Dalla Sardegna alle Marche, il progetto del generale accumula malumori sul territorio mentre a Roma arriva un nuovo deputato e i numeri iniziano a farsi più incerti.
In Sardegna, secondo quanto riferito, 488 tessere risultavano legate agli stessi contatti, tra telefono, mail e indirizzo, riconducibili a un’edicola. È uno dei dettagli che alimenta il clima di sospetto attorno a Futuro nazionale, mentre sul terreno crescono gli strappi e i passaggi verso altri soggetti politici.
Le crepe partono dai territori
A muoversi sono stati diversi comitati locali, spesso dopo contestazioni alle nomine o alla gestione interna. In Calabria due gruppi hanno preso le distanze dalla scelta di Domenico Furgiuele come coordinatore regionale; in Basilicata il referente di Matera, Antonio Marroccoli, ha lasciato il campo accusando Giulio Curatella di non essere all’altezza e parlando anche di scarsa democrazia nel movimento.
La rottura lucana è maturata mentre in partito entravano due consiglieri comunali, Marco Bigherati e Francesco Lisurici, che avrebbero chiesto un ruolo più pesante. In Sardegna, invece, Marcello Orrù ha spiegato che lui e i 500 iscritti del comitato sassarese hanno restituito la tessera per confluire, almeno in parte, verso Italia Domani, il movimento di Marco Rizzo.
Milano, il fronte più delicato
Il nodo più visibile resta quello lombardo, soprattutto a Milano, dove il voto del 2025 rende ogni scelta più sensibile. L’ingresso di Luca Bernardo, sfidante di Beppe Sala alle comunali e capogruppo di Forza Italia a Palazzo Marino, non ha convinto una parte della destra di Futuro nazionale, che lo considera troppo centrista.
Anche la candidatura di Carmelo Burgio ha creato attriti: agli ex leghisti non è piaciuta la sua provenienza, mentre nell’area missina ha pesato il suo antifascismo dichiarato. A complicare il quadro è arrivato poi l’intervento di Luca Ferrazzi, coordinatore regionale, che dopo un’inchiesta sulla nomina di un consulente per Burgio indagato per voto di scambio ha azzerato tutta la squadra degli esperti.
L’uscita di Sforzini e l’arrivo di Calderone
La frattura più clamorosa, però, è stata l’allontanamento di Luca Sforzini, deciso direttamente da Roberto Vannacci. L’imprenditore, che aveva promosso il Centro studi Rinascimento nazionale e il Castello di Castellar Ponzano come punto di riferimento del partito, si è scontrato con Roberto Jonghi Lavarini e ne è uscito battuto.
Sforzini ha pubblicato il suo manifesto politico e conta di presentarlo nelle prossime settimane; nel frattempo, dice di voler raccogliere i delusi del generale in una nuova realtà. In direzione opposta si è mosso Tommaso Calderone, ex deputato di Forza Italia, già nel Movimento sociale italiano e in Alleanza nazionale, che ha annunciato il suo ingresso parlando di un ritorno a Itaca.
Numeri in altalena e consenso da verificare
Il dato politico, però, non è fatto solo di nuovi arrivi. Per la prima volta un istituto considerato autorevole, quello di Antonio Noto, ha segnato un arretramento per Futuro nazionale: dall’8% di inizio settembre al 7% registrato nell’ultima rilevazione. Altri sondaggi restano più generosi, ma il segnale di rallentamento è comparso.
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Secondo l’Ansa, inoltre, i partiti di governo avrebbero in mano rilevazioni interne più favorevoli, con Vannacci oltre il 10%. Il quadro, dunque, resta mobile e non esiste ancora una lettura condivisa sul peso reale del movimento.
Le parole del generale dividono
A pesare sono anche le uscite pubbliche del generale, che dentro e fuori il partito continuano a far discutere. Nel mirino sono finite l’espressione “sporca dozzina”, usata per descrivere persone con più problemi giudiziari, le proposte sulle classi separate per studenti disabili e le frasi sulle donne definite “esseri fragili”, con l’aggiunta che “le preferisco senza gonna”.
È anche per questo che, dopo l’entusiasmo iniziale, il progetto sembra aver perso parte della spinta originaria. Dal Nord al Sud, da Campania e Marche fino alla Lombardia, i malumori si sono moltiplicati e in alcuni casi hanno prodotto uscite collettive o minacce di addio.
Campania e Marche, i fronti non chiusi
In Campania, a luglio, una quindicina di comitati aveva inviato una lettera dura a Massimiliano Simoni, numero due di FnV, contestando la gestione regionale e la nomina di Catello Di Capua. Alcuni iscritti si erano detti indignati per il modo in cui venivano prese le decisioni e avevano lasciato intendere che qualcuno stesse pagando pur di ottenere un incarico.
Nel corso dell’estate si era perfino lavorato a un comunicato comune per ufficializzare l’addio di vari dissidenti, ma il testo non è mai stato diffuso e la protesta si è in parte sgonfiata. Nelle Marche, invece, la contestazione riguarda Fabrizio Ciarapica, sindaco di Civitanova Marche e coordinatore regionale, accusato dai comitati del Pesarese e di Tolentino di aver gestito male le nomine provinciali.
Sul sindaco pesa anche un’altra incognita: nelle prossime ore potrebbe aprirsi una crisi di giunta, con una mozione di sfiducia che, secondo quanto trapela, verrebbe votata anche dai meloniani. È l’ennesimo segnale di un percorso che, da Calabria a Lombardia, resta molto più accidentato del previsto.
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