Tecnici ribattezzati licei: la domanda che resta aperta
Il nuovo nome degli istituti non convince presidi, docenti e Piergiorgio Odifreddi, che chiedono interventi concreti su orientamento, durata dei percorsi e condizioni di studio.
Cambiare l’etichetta a una scuola non basta a ridurre le disuguaglianze che ne condizionano la scelta e i risultati. È questo il punto sollevato da dirigenti, insegnanti e Piergiorgio Odifreddi dopo la decisione del Consiglio dei ministri di trasformare gli istituti tecnici in licei tecnologici e quelli professionali in licei professionali.
Il nome non risolve il problema
Per Odifreddi, che frequentò un istituto tecnico per geometri a Cuneo, quella formazione fu tutt’altro che una scelta di serie B. Il matematico ricorda di aver costruito proprio lì un percorso capace di unire competenze scientifiche e interessi umanistici, compresa la passione per filosofia e letteratura: «Non mi sono mai sentito meno di nessuno».
Sul nuovo appellativo, lo scienziato usa un’immagine netta: «Se una rosa si chiamasse in altro modo avrebbe sempre lo stesso profumo». A suo giudizio, aggiungere un termine di origine greca non modifica la natura dell’istruzione ricevuta. Odifreddi considera inoltre improprio il ricorso alla parola “liceo”, richiamando il significato originario del Liceo di Aristotele, più vicino a un’istituzione universitaria.
La pari dignità passa dai fatti
Ludovico Arte, dirigente del “Marco Polo” di Firenze, paragona il cambio di denominazione a quello di una persona povera: chiamarla diversamente non ne trasformerebbe le condizioni. Per il preside, servirebbero invece misure capaci di intervenire sulle disuguaglianze che iniziano già nell’orientamento scolastico e proseguono dentro i percorsi formativi.
Arte contesta anche il modo in cui la riforma è stata comunicata: l’annuncio sarebbe arrivato lo scorso marzo, quando le iscrizioni erano già concluse, lasciando scuole e famiglie con indicazioni ancora incerte in vista dell’avvio a settembre. Nella sua lettura, il progetto “4+2”, con il passaggio dei tecnici a un ciclo quadriennale seguito da due anni, rischia di accentuare la distanza rispetto ai licei quinquennali.
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«La pari dignità va riconosciuta con i fatti, non cambiando nome», afferma il dirigente, che non mette in discussione il principio di considerare equivalenti tecnici, professionali e licei. Il nodo, spiega, riguarda anche la valorizzazione degli insegnanti e il riconoscimento economico del loro lavoro.
Le disuguaglianze restano aperte
Andrea Gavosto, alla guida della fondazione “Giovanni Agnelli”, osserva che gli esiti scolastici medi degli istituti tecnici e soprattutto professionali sono oggi più bassi rispetto a quelli dei licei. La differenza, secondo la sua analisi, dipende anche dalla maggiore presenza di studenti con fragilità e di ragazzi provenienti da nuclei familiari con minori risorse economiche e culturali.
Per questo, la modifica del nome non inciderebbe sulle cause del divario. Gavosto indica come priorità un orientamento più efficace durante la scuola media e, in prospettiva, un modello comprensivo con una base comune per tutti e discipline opzionali, sul modello adottato nei Paesi scandinavi.
La polemica si inserisce così in un confronto più ampio sul valore attribuito ai diversi percorsi. La premier Giorgia Meloni ha sostenuto che tecnici e professionali contribuiscono in modo decisivo al sistema produttivo, grazie alla preparazione di figure come meccatronici, chimici, periti agrari, geometri, cuochi, artigiani e informatici. Ma per chi lavora ogni giorno nelle scuole, il riconoscimento formale potrà avere un significato soltanto se accompagnato da risorse, stabilità e pari opportunità reali.
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