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Politica 3 min di lettura6 giorni fa

Studenti stranieri, il caso Mattarella non regge: ecco perché

La discussione sul presunto richiamo al Presidente della Repubblica mescola una vecchia circolare con un decreto che, al momento, non è ancora stato visto da nessuno.

La distanza tra l’indicazione del 1990 e l’ipotesi rilanciata oggi è enorme: allora si parlava di una soglia flessibile dentro le classi, ora il dibattito ruota attorno a un limite rigido che, sulla carta, avrebbe effetti ben più pesanti sull’organizzazione delle scuole. Ed è proprio su questo scarto che si gioca la controversia politica di queste ore.


Il vero nodo è l’effetto sulle scuole

Un vincolo fisso al 30 per cento, se applicato ai nuovi ingressi in aree con forte presenza migratoria, metterebbe in difficoltà segreterie e dirigenti. Potrebbe perfino costringere famiglie e studenti a cercare istituti lontani dalla propria abitazione solo per rispettare la quota.

La misura, inoltre, finirebbe per riguardare non solo gli alunni con cittadinanza straniera, ma l’intera platea scolastica: una regola costruita soltanto sui secondi solleverebbe dubbi di costituzionalità. Non a caso il testo citato come precedente, la circolare Gelmini del 2010, produsse soprattutto deroghe e pochissimi effetti concreti.


Una scuola molto diversa da quella del 1990

Il contesto in cui nacque la circolare del 26 luglio 1990 non è più quello di oggi. All’epoca, nelle classi italiane prevalevano quasi sempre bambini appena arrivati dall’estero; oggi, invece, i numeri raccontano una realtà molto più mista e radicata.

Secondo il ministero, nell’anno scolastico appena concluso il 69,1 per cento dei circa novecentomila studenti con cittadinanza non italiana è nato in Italia. In Lombardia la quota arriva al 26 per cento, mentre il dato varia dall’81 per cento della scuola dell’infanzia al 50,6 per cento delle superiori.

Si tratta di alunni che spesso parlano italiano con grande naturalezza e che, in molti casi, rendono possibile il mantenimento di classi e plessi che altrimenti rischierebbero di svuotarsi. Le proiezioni dell’Ismu indicano anche una crescita costante degli studenti con cittadinanza non italiana nati nel Paese.


Le regole già cambiate nel frattempo

Nel frattempo, il quadro normativo si è mosso. Con il d.P.R. 19/2013, Stefania Giannini ha introdotto la classe di concorso A023 per l’insegnamento dell’italiano come lingua seconda, e con la L. 106/2024 la maggioranza ha stabilito che, dall’anno scolastico appena concluso, i docenti abilitati in A023 entrino nell’organico delle classi con almeno il 20 per cento di studenti di livello A2 o inferiore.

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Questo rende ancora più singolare l’idea di intervenire di nuovo senza aver prima misurato l’impatto della riforma già approvata. Nello stesso solco si collocano anche le Linee guida per l’accoglienza e l’integrazione degli alunni stranieri, adottate in anni diversi da ministri di schieramenti opposti, da Letizia Moratti nel 2006 a Maria Chiara Carrozza nel 2014.


Cosa diceva davvero Mattarella

Il punto più delicato, però, riguarda l’uso politico del nome di Sergio Mattarella. La circolare firmata nel 1990 non fissava un blocco automatico in ingresso, ma suggeriva un tetto molto più elastico, pari a quattro o cinque alunni della stessa lingua madre per classe.

L’obiettivo era evitare l’isolamento tra studenti con identico retroterra linguistico e favorire una gestione più equilibrata del gruppo classe. In quella logica, l’apprendimento dell’italiano serviva a costruire un percorso interculturale per tutti, non a innalzare barriere amministrative.


La lettura politica di oggi

È qui che, secondo questa ricostruzione, la distanza con l’impostazione annunciata dalla maggioranza diventa più netta. Un criterio pensato per includere viene trasformato in un limite punitivo, mentre la comunicazione politica prova a far passare per continuità ciò che continuità non è.

In altre parole, il riferimento a Mattarella rischia di diventare un uso strumentale di un precedente storico per sostenere una misura che, per ora, nessuno ha ancora potuto leggere. E proprio per questo il confronto che occupa il dibattito pubblico appare più ideologico che tecnico.

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