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Politica 3 min di lettura23 set

Serie A, i conti non tornano: 9 club su 20 sono in affanno

La relazione della nuova commissione sui bilanci del calcio fotografa un sistema ancora sbilanciato: in B e in C le fragilità diventano ancora più diffuse.

Il calcio professionistico italiano continua a mostrare crepe profonde, e la fotografia più netta arriva dai numeri sui bilanci: in Serie A nove club su venti hanno un quadro economico fragile o sotto pressione. Il quadro peggiora scendendo di categoria, con Serie B e Serie C molto più esposte agli squilibri.

La valutazione emerge dalla relazione annuale della Commissione indipendente per la verifica dell’equilibrio economico e finanziario delle società sportive professionistiche, organismo nato nel 2024 per prendere il posto della Covisoc e vigilare sui conti di calcio e basket. Il documento, lungo 114 pagine, è stato presentato alla Camera dei Deputati e raccoglie i controlli effettuati tra il 1° ottobre 2025 e il 31 agosto 2026: 1.558 verifiche periodiche infrannuali, di cui 1.451 sul calcio e 107 sul basket, più 1.130 controlli sugli adempimenti necessari per la stagione 2026/2027.


Serie A divisa in cinque profili

Il dato più rilevante per la massima serie è la suddivisione dei club in cinque “cluster”, cioè gruppi che descrivono configurazioni economico-finanziarie ricorrenti. Solo il 20% delle squadre viene classificato con un “profilo economico relativamente solido”.

A questo si aggiunge un 10% che regge grazie al “player trading con incidenza significativa”, cioè soprattutto attraverso le plusvalenze. Un altro 25% rientra nel gruppo in cui gli “elevati ricavi vengono assorbiti da rosa, ammortamenti e struttura finanziaria”, il profilo tipico delle società di vertice.

Sul lato opposto ci sono il 25% dei club con “fragilità con parziale tenuta operativa” e il 20% con “investimento intensivo o tensione economica”. Tradotto in termini più semplici, la metà della Serie A vive comunque in condizioni delicate, mentre la parte davvero stabile resta minoritaria.


Spese più alte degli incassi

A confermare lo squilibrio c’è anche il rapporto tra costi operativi e ricavi totali, che in media arriva al 108%. In altre parole, il sistema spende più di quanto incassa. Ancora più pesante il peso della rosa, considerata nel suo complesso tra personale, ammortamenti e svalutazione dei cartellini: il costo complessivo vale 2,35 volte i ricavi.

La relazione segnala inoltre un patrimonio netto medio pari a 24 milioni di euro, una base giudicata piuttosto esile rispetto alle dimensioni dei bilanci dei club. Non a caso, quattro società su venti risultano addirittura in negativo.

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B e C molto più esposte

Se in Serie A il quadro resta già fragile, nelle categorie inferiori la tensione diventa strutturale. In Serie B le società con il profilo più critico arrivano al 57%, mentre in Serie C si sale fino al 63%.

Tra i cadetti, il documento segnala che la marginalità operativa lorda è negativa in mediana e che il risultato finale restituisce perdite diffuse. Il punto centrale, si legge nella relazione, non è soltanto l’esistenza di perdite, ma la loro origine: la corsa alla promozione o al mantenimento della categoria spinge spesso i club ad anticipare investimenti nella rosa e a sostenere costi organizzativi che non trovano una copertura stabile nei ricavi.


La Lega Pro resta la più fragile

Nella terza serie lo squilibrio appare ancora più radicato. La Commissione parla di difficoltà nel generare margini operativi positivi a partire da una base di ricavi contenuta e molto legata a fonti locali e commerciali.

Qui il player trading praticamente scompare, visto che non c’è alcun club con un’incidenza significativa. Le società si affidano quindi a incassi da stadio, piccoli sponsor, contributi della Lega e risorse messe dalla proprietà, un mix che le rende più vulnerabili. Il rapporto avverte anche che la base patrimoniale è molto sottile e che i debiti tributari pesano in modo rilevante, rendendo la continuità aziendale dipendente dalla regolarità dei flussi finanziari e dalla puntualità degli apporti dei soci.

Il verdetto finale è netto: il sistema resta profondamente sbilanciato. E, almeno per ora, di riforme strutturali non si vede traccia.

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