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Politica 3 min di lettura10 ore fa

Preferenze e firme, la legge elettorale sfida la maggioranza

Alla Camera il testo entra nella fase decisiva tra scrutinio segreto, accuse dell’opposizione e timori per l’esito del voto finale dell’8 ottobre.

La parità di genere è il principale motivo di scontro politico alla vigilia dell’esame in Aula. Simona Bonafè, capogruppo del Pd, accusa la maggioranza di ridurre la presenza femminile nelle istituzioni e sostiene che con lo Stabilicum il prossimo Parlamento rischi di rappresentare un passo indietro sul piano dell’equilibrio tra uomini e donne.

Anche un emendamento di FnV sulle preferenze senza correttivi è stato respinto. Il provvedimento, dunque, arriva alla Camera con le preferenze già inserite nel testo approvato dal Senato, ma senza aver placato le divisioni tra i gruppi parlamentari.


Scontro sulle regole per le liste

A infiammare la commissione Affari Costituzionali è soprattutto l’aumento delle firme richieste alle formazioni non presenti in Parlamento. Per partecipare alle elezioni politiche si passa da 1.500 a 6mila sottoscrizioni per collegio, una modifica che le opposizioni considerano un ostacolo sproporzionato all’ingresso di nuove liste.

Riccardo Magi, di Più Europa, ha richiamato i casi di Molise e Basilicata: nei due territori servirebbero, rispettivamente, le firme del 2,5% e dell’1,4% degli aventi diritto. A suo giudizio, queste percentuali renderebbero la norma illegittima. Avs e Movimento 5 Stelle hanno parlato di una barriera ingiustificata, mentre Federico Fornaro del Pd l’ha definita una scelta capace di alterare pesantemente la competizione elettorale.

Dal centrodestra è arrivata una replica opposta. Angelo Rossi, esponente di Fratelli d’Italia, ha difeso il meccanismo come una decisione politica collegata alla soppressione della soglia di voti necessaria per concorrere all’assegnazione del premio, negando che presenti profili di illegittimità.


Il voto segreto alimenta i dubbi

La discussione generale comincia nel pomeriggio, ma il passaggio più delicato è atteso giovedì, quando si aprirà la votazione sulle pregiudiziali di costituzionalità. In quella fase potrebbe essere autorizzato lo scrutinio segreto, considerato dalla maggioranza un primo indicatore della tenuta dell’accordo interno.

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La data che suscita maggiore cautela è però quella dell’8 ottobre, fissata per il voto conclusivo, anch’esso segreto. Il clima tra i parlamentari della maggioranza resta improntato a un prudente ottimismo, ma non mancano le preoccupazioni per possibili defezioni al momento decisivo.

Nei corridoi di Montecitorio si confrontano così due scenari: un iter senza scosse, seguito da elezioni tra un anno, oppure un incidente parlamentare in grado di anticipare il ritorno alle urne all’inizio del prossimo anno. In quest’ultimo caso il governo intenderebbe porre la questione di fiducia. Sono circolate anche voci su presunti franchi tiratori organizzati da Fratelli d’Italia per provocare la caduta dell’esecutivo, ma gli interessati hanno respinto con fermezza questa ricostruzione.


La maggioranza si gioca il passaggio

Il confronto riporta il testo nella stessa Aula dove, a metà luglio, la maggioranza era stata battuta proprio sulle preferenze. Ora quelle disposizioni tornano all’esame della Camera dopo essere state confermate nel testo licenziato dal Senato, trasformando il passaggio in una verifica politica per Giorgia Meloni.

La presidente del Consiglio aveva definito “la palude” l’atteggiamento di chi, secondo lei, punta a impedire agli elettori di scegliere i propri rappresentanti. Il nuovo esame parlamentare riapre quindi una partita già segnata da un precedente inciampo e da una sequenza di votazioni riservate che potrebbe mettere alla prova la compattezza dei gruppi di maggioranza.

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