Pd, la sfida dei Riformisti: doppio turno e linea dura su Kiev
A Prato la minoranza dem chiede distanza da M5s e Avs, difende il sostegno militare all’Ucraina e prepara il terreno per una possibile candidatura alternativa a Schlein.
La minoranza riformista del Pd prova a trasformare il malessere interno in una piattaforma politica. Dalla riunione organizzata a Prato emerge una doppia richiesta rivolta alla segreteria: mantenere il sostegno all’Ucraina e impedire che il partito finisca sotto l’influenza di Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra. Sullo sfondo, la possibilità di riaprire la partita delle primarie.
Kiev resta il confine più netto
La posizione sull’Ucraina è stata ribadita senza ambiguità dai partecipanti all’incontro alla Casa del Popolo di Coiano. Parlamentari ed eurodeputati dell’area, tra cui Lia Quartapelle, Piero Fassino e Giorgio Gori, hanno difeso la prosecuzione dell’invio di armi, prendendo le distanze dalla linea espressa dal M5s durante la sua recente manifestazione.
In chiusura, Lorenzo Guerini ha respinto l’impostazione attribuita a Giuseppe Conte, affermando: «Non accettiamo il prendere o lasciare». Nelle stesse ore, il presidente del M5s dichiarava di confidare nella possibilità di raggiungere intese comuni e coraggiose. Per ora, tuttavia, tra le due forze restano differenze profonde.
Il doppio turno riapre la gara
L’altro tema destinato a creare tensioni riguarda le regole per scegliere il candidato alla guida del Pd. I Riformisti chiedono due turni e preferiscono il voto in presenza, mentre Guerini ha espresso perplessità sulle primarie online, considerate esposte a possibili interferenze e a una maggiore disorganizzazione. Una simile formula potrebbe consentire l’ingresso nella competizione di un esponente dell’area moderata, oltre a Elly Schlein.
Gori non ha escluso questa prospettiva e ha definito positiva la presenza di una voce riformista nella consultazione. Ha inoltre richiamato i precedenti di Pier Luigi Bersani, che nel 2012 favorì la partecipazione di Matteo Renzi, Bruno Tabacci e Nichi Vendola, e di Enrico Letta, che modificò le regole per permettere a Schlein di correre al congresso poi vinto. Nel partito, però, c’è chi invita alla cautela: lo Statuto indica attualmente Schlein come candidata e una modifica non sarebbe priva di conseguenze.
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La minoranza respinge l’ipotesi di scissione
Durante le quasi sette ore di interventi, diversi esponenti hanno chiesto al Pd di recuperare autonomia politica. Matteo Biffoni ha sintetizzato il messaggio invitando il partito a non «appiattirsi su Avs e M5s», mentre Graziano Delrio ha lamentato l’incapacità di portare nel dibattito pubblico i problemi concreti delle famiglie italiane. Gori ha sottolineato che il Pd non dovrebbe subire l’egemonia di una forza che, secondo i suoi numeri, raccoglie circa la metà dei voti dem.
Tra i punti più delicati c’è anche la legge contro l’antisemitismo. Emanuele Fiano, presidente di Sinistra per Israele, ha avvertito che la conferma del voto contrario rappresenterebbe per lui «un confine invalicabile». La senatrice Simone Malpezzi ha invece respinto la rappresentazione dei riformisti come una componente destinata a restare ai margini, mentre Delrio ha escluso che l’abbandono del Pd possa essere considerato una scelta coerente con la cultura riformista.
Guerini ha chiuso l’appuntamento contestando proprio le accuse di scarsa lealtà rivolte alla sua area e ricordando le precedenti fuoriuscite dal partito. Il confronto interno, dunque, resta aperto su Ucraina, alleanze e regole delle primarie: la minoranza non annuncia una rottura, ma prepara una sfida politica più strutturata.
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