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Politica 2 min di lettura28 set

Patriarcato, la mappa dell’Italia: il Sud arriva a 29 punti su 40

Tre economiste della Sapienza hanno elaborato un indicatore per confrontare stereotipi, gerarchie familiari e disuguaglianze tra le diverse aree del Paese.

Il divario territoriale è netto: nelle regioni del Nord e nel Centro l’indicatore del patriarcato oscilla tra 17 e 18 punti su 40, mentre nel Mezzogiorno raggiunge quota 29. È il risultato della ricerca presentata a Roma durante la decima edizione del festival letterario inQuiete, organizzato lo scorso fine settimana al Pigneto.


Un Paese diviso dall’indice

A costruire lo strumento di analisi sono state Erica Aloè, ricercatrice di Minerva Lab all’Università La Sapienza, Giulia Zacchia, docente associata di Economia politica e gender, e Marcella Corsi, professoressa ordinaria di Economia politica presso il Dipartimento di Scienze statistiche dello stesso ateneo. Il loro lavoro punta a tradurre in dati gli effetti delle norme sociali e degli stereotipi di genere.

L’indice prende in esame quattro dimensioni: il predominio maschile sulle donne, il peso della generazione anziana su quella più giovane, la patrilocalità — cioè la tendenza dei figli a vivere vicino alla casa del padre — e la componente socioeconomica. Presentando i risultati, Aloè ha sintetizzato il quadro con una frase: «L’Italia è divisa in due».

Il confronto con il resto del continente restituisce differenze altrettanto marcate. Nel Nord Europa il valore medio si aggira intorno ai 10 punti, mentre nei Paesi mediterranei e orientali supera quota 20. Finlandia e Croazia rappresentano i due estremi della graduatoria, rispettivamente con 9 e 26 punti su 40.


Politiche avanti, società più lente

Le ricercatrici hanno messo in relazione il proprio indicatore con il Gei, il Gender equality index elaborato dall’Eige, l’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere. Il risultato generale conferma che a una maggiore parità tra uomini e donne tende a corrispondere una minore presenza di strutture patriarcali.

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Il caso della Spagna introduce però una distinzione importante: nonostante un livello relativamente elevato nel Gei, il Paese mantiene un indice di patriarcato significativo. Secondo Aloè, ciò dimostra che i comportamenti e le consuetudini collettive cambiano più lentamente delle leggi e delle politiche pubbliche, anche quando queste ultime sono orientate verso una maggiore uguaglianza.

Dalla discussione è emersa anche la necessità di intervenire sulla formazione e sui modelli quotidiani. La presenza di padri coinvolti nella cura della casa e dei figli, insieme a una partecipazione femminile più ampia nella politica, può incidere sulle aspettative e sulla visione del futuro delle nuove generazioni.


La risposta dal palco

Il festival ha riunito scrittrici, giornaliste, economiste, editrici, blogger e altre figure del mondo culturale attorno al tema della mobilitazione contro le diverse forme di patriarcato. Serena Dandini, intervenendo sul caso politico legato a Roberto Vannacci, ha definito il suo partito «Trapassato remoto nazionale» e ha respinto l’idea di un patriarcato presentato come caratteristica mediterranea.

Rosanna Dedola ha invece richiamato l’urgenza di ricostruire alleanze e reti comuni. La scrittrice ha sostenuto che la parità promessa con il riconoscimento del diritto di voto non sia stata pienamente realizzata e ha invitato a recuperare la determinazione delle donne che parteciparono alla Costituente, per evitare che la trasformazione resti una «rivoluzione incompleta».

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