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Politica 3 min di lettura23 set

Nucleare, il voto che riapre il dossier italiano: governo avanti

Il Senato ha dato il via libera definitivo alla delega sul nucleare: 81 voti favorevoli, governo in attesa dei decreti e opposizioni divise tra critiche e richieste di dettagli.

Non tutti, nemmeno tra i favorevoli all’atomo, considerano chiuso il problema. Silvia Fregolent, di Italia Viva-Casa Riformista, ha spiegato che l’ok alla delega non basta a sciogliere i nodi pratici e ha osservato che, dopo quattro anni di governo, ci si sarebbe aspettati di discutere già di un primo reattore e non di un rinvio di altri dieci anni.


La legge passa, ma il fronte resta spaccato

Nel passaggio finale del suo intervento, la senatrice ha lasciato intendere che il testo, pur segnando un passo politico importante, non consegna ancora risposte operative. È proprio qui che si concentra una delle principali critiche arrivate anche dall’opposizione: la sensazione che il Parlamento stia dando un via libera di principio senza avere sul tavolo tempi, costi e assetto industriale.


Calenda spinge sull’acceleratore

A difendere con più forza la scelta è stato Carlo Calenda. Il leader di Azione ha rivendicato il ritorno al nucleare come condizione per sostenere i consumi futuri del Paese, ricordando che la domanda elettrica è destinata a crescere e che i data center peseranno sempre di più sul sistema.

Nel suo intervento ha contrapposto due strade: da una parte gas e rinnovabili, dall’altra rinnovabili più nucleare. Secondo la sua lettura, questa seconda opzione costerebbe meno e garantirebbe anche una maggiore capacità industriale. Ha poi portato un confronto tra superfici e produzione: quattro reattori da 1,4 gigawatt, ha spiegato, produrrebbero 45 terawattora l’anno per 60 anni occupando 200 ettari.


Pichetto parla di svolta e indica i tempi

Per il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, la nuova legge apre una fase diversa. Dopo l’approvazione in Senato ha parlato di “una giornata storica per l’Italia” e ha sostenuto che il nucleare sostenibile, insieme alle rinnovabili, possa rafforzare sicurezza, indipendenza e competitività del Paese.

Pichetto ha anche indicato la prossima tappa: i decreti attuativi, che dovranno tradurre la delega in regole concrete entro fine anno. Ha anticipato che tra i primi temi ci sarà anche il deposito dei rifiuti radioattivi, oltre ai passaggi necessari per rendere applicabile l’impianto normativo.


Il governo ottiene 81 voti favorevoli

Il provvedimento, approvato in via definitiva da Palazzo Madama, affida all’esecutivo il compito di costruire il quadro regolatorio del settore entro dodici mesi. Il testo interviene su più fronti: centrali, sicurezza, gestione del combustibile esaurito, organi di controllo e persino produzione di idrogeno attraverso energia nucleare.

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Il voto finale ha confermato i rapporti di forza già emersi in Aula: 81 sì, 51 no e 7 astensioni. La maggioranza ha votato compatta, Azione ha sostenuto la legge, Italia Viva si è astenuta mentre Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi Sinistra hanno scelto il no. Prima dell’esito, il Senato aveva anche respinto le pregiudiziali presentate dai gruppi di opposizione e poi bocciato gli emendamenti, senza modificare il testo.


Le opposizioni contestano costi e coperture

Nicola Irto, segretario del Partito Democratico al Senato, ha accusato il governo di chiedere un voto senza fornire gli elementi decisivi. A suo avviso mancano i costi, i tempi, le coperture e persino una valutazione completa delle tecnologie disponibili; da qui la sua definizione di “voto al buio”.

Lo stesso schema di critiche è arrivato da Luigi Neve, che per il Movimento 5 Stelle ha ricordato i problemi ancora aperti del passato, dallo smantellamento degli impianti fino al Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi mai realizzato. Più duro ancora Peppe De Cristofaro, che ha parlato di una “gigantesca distrazione di massa” e ha accusato il governo di tenere vivo il peso delle fonti fossili mentre promette un futuro nucleare.


Dalla chiusura del 1990 al nuovo orizzonte

La svolta politica arriva a distanza di decenni dalla fine dell’ultima centrale italiana. Il 1° luglio 1990 si è chiusa definitivamente l’attività del reattore di Trino Vercellese, in Piemonte, dopo che la produzione di energia elettrica si era già fermata mesi prima del referendum del novembre 1987.

Oggi il dossier cambia direzione: non si tratta ancora di costruire impianti, ma di predisporre entro un anno la disciplina che dovrà governare l’intero settore. È su questo terreno che si misurano entusiasmi, prudenza e contrarietà, con una maggioranza soddisfatta e un’opposizione che chiede risposte più concrete.

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