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Politica 3 min di lettura5 giorni fa

Nucleare, il governo sfida il voto del 2011: cosa cambia con il ddl

La legge riapre la strada all’atomo tra dubbi democratici, costi incerti, tempi lunghi e un ruolo ancora marginale per le rinnovabili.

Il ritorno dell’energia nucleare in Italia apre una frattura che non riguarda soltanto la politica energetica. La scelta del governo viene contestata su due piani: da una parte il rispetto della volontà espressa dagli elettori, dall’altra la solidità delle valutazioni scientifiche su costi, tempi e utilità dei reattori contro la crisi climatica.


Un voto popolare lasciato alle spalle

L’ultimo referendum sul nucleare risale al 2011 e aveva registrato una netta opposizione degli italiani a questa tecnologia. Con il via libera definitivo al disegno di legge, l’esecutivo riapre però quella partita senza un nuovo passaggio nelle urne, ignorando secondo i critici una decisione già presa dalla maggioranza dei votanti.

Il provvedimento attribuisce inoltre alle infrastrutture nucleari un carattere prioritario: potranno essere considerate necessarie e urgenti, con la possibilità di imporre vincoli in vista di espropri. A ciò si aggiunge l’accentramento presso il Ministero delle procedure per autorizzazioni e concessioni. Il timore è che, una volta avviati gli interventi, gli abitanti dei territori coinvolti dispongano di margini ridotti per contestarli.


Tempi e costi restano incerti

La critica riguarda anche il rapporto tra le risorse da investire e i risultati attesi. Secondo la maggioranza degli studiosi del clima e numerosi esperti del settore energetico, il nucleare richiede esborsi enormi e produrrebbe eventuali vantaggi soltanto dopo molti anni. Il ministro Pichetto Fratin ha indicato il periodo 2034-35 per i primi effetti, una previsione giudicata comunque ottimistica dai suoi contestatori.

In una fase di rapido peggioramento climatico, attendere quasi dieci anni per ottenere una riduzione delle emissioni viene considerato un ritardo troppo grande. Intanto sono stati previsti 60 milioni di euro per le attività iniziali e altri 7,5 milioni destinati a sostenere la comunicazione favorevole all’atomo. Secondo questa impostazione, quelle somme avrebbero potuto rafforzare una filiera rinnovabile già operativa, capace di produrre energia pulita e contribuire alla diminuzione delle bollette.

Il disegno di legge, inoltre, non individua una tecnologia precisa, nonostante per mesi si sia discusso di piccoli reattori e di impianti di nuova generazione. Anche l’eventuale organismo di controllo indipendente non viene reso obbligatorio: il testo ne lascia soltanto aperta la possibilità. Restano senza risposta chiara anche la gestione delle scorie, l’esclusione dei territori più esposti ai rischi e il rapporto tra il rilancio dell’atomo e la costruzione di un deposito nazionale.

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La contrapposizione con le rinnovabili

Presentare nucleare e fonti rinnovabili come componenti naturalmente complementari viene giudicato fuorviante dai critici del provvedimento. Un reattore lavora in modo continuativo e non può essere regolato con la stessa flessibilità di una centrale a gas; se opera lontano dalla piena capacità, la sua sostenibilità economica può diventare problematica.

Le rinnovabili, al contrario, possono essere distribuite sul territorio e accompagnate da sistemi di accumulo e reti intelligenti. Questi strumenti consentono di gestire i consumi nei momenti di maggiore produzione e rendono possibile una struttura energetica meno concentrata e più vicina ai cittadini.

Il timore espresso è che la diffusione dell’autoproduzione e dell’autonomia energetica riduca il controllo di pochi soggetti su un settore strategico. Da qui l’accusa al governo di preferire un modello centralizzato, nel quale le decisioni e le risorse restano nelle mani delle istituzioni e degli interessi organizzati vicini al potere.


Una scelta con molti interrogativi

Il progetto potrebbe anche non arrivare alla costruzione effettiva di nuovi impianti, ma nel frattempo rischierebbe di assorbire denaro pubblico e di rallentare lo sviluppo delle rinnovabili. Un ulteriore effetto sarebbe quello di alimentare confusione nell’opinione pubblica su tecnologie, tempi e costi della transizione energetica.

La contestazione finale investe quindi il metodo oltre che il merito. Il governo viene accusato di aver messo da parte sia il risultato referendario sia le perplessità di una parte ampia del mondo scientifico, proprio su un tema che incide sulle bollette, sul prezzo dei beni e sulla risposta alla crisi climatica. La posta in gioco, secondo questa lettura, è troppo alta per affidare decisioni tanto rilevanti a valutazioni ritenute lontane dai cittadini e prive di sufficienti garanzie.

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