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Politica 4 min di lettura5 giorni fa

Le parole che fanno perdere voti: il caso ReArm spiegato da Di Gregorio

Dalla difesa alla sanità, Luigi Di Gregorio analizza gli errori del linguaggio politico e il modo in cui formule tecniche possono allontanare i cittadini

In politica una parola può orientare il giudizio prima ancora che venga illustrata una misura. Espressioni come “utero in affitto” e “gestazione per altri”, oppure “termovalorizzatore” e “inceneritore”, indicano spesso lo stesso oggetto ma costruiscono percezioni opposte. “ReArm genera un frame”, osserva Luigi Di Gregorio: in quel caso, però, l’immagine evocata non coincideva con quella che le istituzioni europee volevano trasmettere.


Il linguaggio pesa quanto le misure

Secondo Di Gregorio, il problema nasce quando la politica confonde il resoconto dell’attività amministrativa con la comunicazione rivolta alle persone. Dire di aver stanziato risorse, approvato norme o finanziato interventi descrive ciò che ha fatto un governo, ma non chiarisce quale effetto concreto abbia prodotto nella vita quotidiana.

La domanda decisiva, sostiene il docente, è quindi un’altra: che cosa cambia davvero per il cittadino? “Il messaggio non arriva se non lo trasformi in ‘come ti ho cambiato la vita’”. L’abolizione del bollo auto viene indicata come esempio di misura immediatamente comprensibile: molti proprietari si sono limitati a controllare la potenza della propria vettura per capire se ne avrebbero beneficiato, senza dover interpretare indicatori complessi.


ReArm cambia nome, non percezione

Il piano europeo per rafforzare la difesa offre, per Di Gregorio, un caso emblematico. Nel marzo 2025 Ursula von der Leyen presentò l’iniziativa con il nome “ReArm Europe”, poi sostituito dopo poche settimane dalla Commissione con “Readiness 2030”. Paula Pinho spiegò che il termine “rearm” poteva creare sensibilità politiche in alcuni Paesi e complicare la comunicazione con l’opinione pubblica.

La correzione, secondo il professore, è arrivata quando la prima etichetta era già entrata nel dibattito, mentre la seconda è rimasta poco conosciuta. Il tema non riguarda soltanto la scelta di investire nella difesa: occorre anche chiarire che cosa quegli stanziamenti intendano proteggere e quali capacità vogliano sviluppare.

Di Gregorio, professore di Comunicazione pubblica all’Università della Tuscia e direttore scientifico del master in Comunicazione strategica, affianca alla ricerca l’attività di consulente e spin doctor. Nei prossimi giorni è prevista l’uscita di “La battaglia cognitiva”, pubblicato da Rubbettino.


Dalla difesa ai servizi essenziali

Una spiegazione più efficace del piano europeo, a suo giudizio, dovrebbe partire dalla sicurezza delle infrastrutture. Un attacco informatico potrebbe compromettere un servizio sanitario, una rete o un sistema di pagamento: per questo la protezione del Paese non coincide soltanto con l’acquisto di mezzi militari.

L’altro asse riguarda la tecnologia. Le risorse destinate alla sicurezza possono sostenere ambiti come robotica e sistemi digitali, con ricadute sull’industria. Il messaggio dovrebbe dunque indicare non solo la somma impegnata, ma anche le competenze produttive e tecnologiche che si intende costruire.

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Quando la tecnica diventa una barriera

Lo stesso meccanismo si ripete in economia. “Cuneo fiscale”, “cuneo contributivo” e “fringe benefit” sono formule consuete per ministeri e addetti ai lavori, ma rischiano di risultare opache in televisione. Di Gregorio collega questo scarto alla “maledizione della conoscenza”: chi frequenta ogni giorno un settore tende a dimenticare quanto il suo vocabolario sia distante dal pubblico.

Per questo, invece di insistere sul nome tecnico di una misura, sarebbe più utile indicarne subito l’effetto. “Ti ho messo 100 euro in più in busta paga” rende il risultato leggibile più di una definizione amministrativa. La stessa esigenza vale per il confronto sulla pressione fiscale: un aumento del rapporto tra entrate e Pil può dipendere dal recupero dell’evasione e non implica automaticamente un rialzo delle aliquote per chi già versava le imposte.


Sanità e acronimi, il rischio dell’equivoco

Anche la denominazione di una struttura pubblica può indebolire il messaggio. Di Gregorio cita le “case della comunità”, presidi territoriali sanitari che, secondo sondaggi svolti nella sua attività di consulenza, quasi sette cittadini su dieci collegherebbero spontaneamente al Comune, a un centro sociale o ad altri servizi non sanitari. In precedenza l’espressione “case della salute” risultava, a suo parere, più immediata.

Gli acronimi producono un effetto simile. Il Pnrr è diventato familiare quando ormai il programma si avvia verso il superamento, mentre Pac e Fesr restano formule poco accessibili fuori dagli ambienti istituzionali. Persino “filiera”, molto usato nel linguaggio economico, può essere sostituito con un termine più diretto come “aziende”.


La percezione decide il consenso

Il rischio finale è che un esecutivo realizzi numerosi interventi senza riuscire a renderli riconoscibili. Gli stakeholder e gli uffici ministeriali possono conoscere nel dettaglio le politiche adottate, ma questa consapevolezza non si trasferisce automaticamente alla maggioranza degli elettori. Da qui può nascere la convinzione che un governo non abbia fatto nulla, anche quando l’elenco dei provvedimenti è ampio.

Di Gregorio, che ha analizzato il tema parlando con l’Adnkronos, considera quindi decisiva la fase precedente alla scelta dei dati e degli argomenti da esporre. Prima ancora dei numeri, la politica deve individuare le parole con cui quei risultati verranno compresi e valutati.

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