Istat nel mirino dopo Meloni: la protesta dei sindacati si allarga
Le parole della premier sui conti 2025 hanno spinto i dipendenti dell’Istat a reagire, mentre Lorenzo Cassata parla di un attacco che mette in dubbio sia i numeri sia il lavoro di chi li produce.
Le contestazioni di Giorgia Meloni ai dati dell’Istat hanno aperto un fronte che non riguarda solo le cifre sul deficit e sul Pil: a muoversi, ora, sono anche i lavoratori dell’istituto. Lorenzo Cassata, ricercatore e rappresentante dell’FLC Cgil, descrive un clima molto più pesante rispetto alle polemiche dei mesi scorsi e parla di un passaggio decisivo, perché a prendere di mira l’ente è stata la presidente del Consiglio in diretta televisiva.
Secondo il sindacalista, il punto non è soltanto la discussione tecnica sulle stime, ma il modo in cui la critica viene presentata pubblicamente. Cassata sottolinea che, quando il sospetto arriva dal vertice del governo, il rischio è quello di indebolire la credibilità del lavoro statistico e di chi lo svolge ogni giorno.
La rabbia dentro l’istituto
Cassata racconta che il disagio non è rimasto confinato ai piani alti dell’amministrazione, ma ha raggiunto direttamente il personale. Dopo l’intervento di Meloni, dice di aver ricevuto messaggi da una ventina di dipendenti, colpiti dal fatto che il proprio lavoro venisse messo in discussione davanti a un pubblico molto ampio.
Il ricercatore insiste sul peso della forma oltre che del contenuto. Una polemica nata sui giornali, osserva, ha un impatto diverso da un’accusa pronunciata in prima serata su Rai 1: «Alle 20.30, sintonizzato sul canale può esserci chiunque», ricorda, spiegando che quel tipo di esposizione finisce per toccare anche la sfera personale di chi lavora nell’istituto.
Le revisioni e il nodo politico
Il bersaglio delle critiche di Meloni è stato il modo in cui l’Istat ha rivisto nel tempo alcune stime sulla crescita del 2024. La premier ha ricordato che inizialmente era stato indicato un +0,7%, poi corretto all’1,1%, e ha definito il margine di scarto un errore del 30%. Ha aggiunto anche un riferimento al futuro, sostenendo che non vorrebbe vedere correzioni simili sul rapporto deficit/Pil, oggi stimato al 3,08%.
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Per Cassata, però, leggere quelle correzioni come un difetto dell’istituto significa ignorare il funzionamento ordinario della statistica ufficiale. Le revisioni, spiega, fanno parte del processo e servono proprio ad aggiornare progressivamente le stime man mano che arrivano nuovi dati. Nel caso della contabilità nazionale, aggiunge, non sono un’anomalia ma una procedura prevista e regolata da un calendario europeo che prevede verifiche periodiche a marzo e a settembre.
Il sindacalista ricorda anche che i numeri del 2025 hanno già subito un primo aggiustamento rispetto alle valutazioni diffuse a marzo e potrebbero essere ritoccati ancora nei prossimi mesi. A suo avviso, però, questo non cambia la sostanza: i dati non vengono prodotti per essere definitivi al primo passaggio, e lo stesso meccanismo ha riguardato anche gli anni precedenti.
Il fronte comune dei dipendenti
La reazione più netta è arrivata da più sigle insieme, un passaggio non comune nel mondo sindacale. FLC CGIL, FSUR CISL, UIL RUA, FGU Ricerca, SNALS Ricerca e ANIEF Ricerca hanno diffuso una nota unitaria per difendere il lavoro dell’ente e respingere l’idea che la statistica possa essere piegata a interessi di parte.
Nel documento, le organizzazioni ribadiscono che la statistica ufficiale non è un’opinione e non può essere trattata come uno strumento del governo o dell’opposizione. Chiedono inoltre ai vertici dell’ISTAT una presa di posizione pubblica a tutela dell’indipendenza dell’istituto e del personale, avvertendo che dietro ogni numero ci sono competenze e lavoro scientifico.
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