Cuba nel mirino di Washington: rinforzi Usa e rischio escalation
Un documento americano ipotizza l’impiego di reparti medici, combattenti e di polizia militare nei Caraibi mentre l’Avana denuncia pressioni e una crisi economica sempre più grave.
L’ipotesi di un rafforzamento della presenza militare statunitense nei Caraibi riaccende lo scontro tra Washington e L’Avana. Un piano interno valuta l’impiego di nuove unità a supporto del Southern Command, mentre alle Nazioni Unite viene descritto un Paese già travolto da una crisi paragonabile a una guerra, pur in assenza di operazioni armate.
Il piano militare prende forma
Secondo quanto riferito da Cbs News, la riserva dell’US Army sta esaminando la possibilità di inviare reparti di sostegno al comando regionale americano. Tra le opzioni figurano battaglioni da combattimento, personale sanitario e un corpo di spedizione incaricato di occuparsi della logistica in un possibile teatro operativo.
Il documento del Dipartimento di Guerra indica anche la necessità di un reparto capace di prestare soccorso avanzato e realizzare operazioni chirurgiche d’emergenza sul campo, oltre a una brigata di polizia militare. Funzionari statunitensi citati dall’emittente collegano il progetto a Cuba e ipotizzano che le unità possano essere necessarie entro 90-120 giorni.
Il Southern Command, senza confermare piani operativi o scadenze, afferma di mantenere un rapporto continuo con la Joint Task Force statunitense attiva nell’area, in vista di eventuali incarichi. La formulazione lascia aperta la natura delle missioni e non chiarisce se l’ipotesi resterà sul piano preparatorio.
L’Avana risponde alle pressioni
Il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodríguez sostiene che gli Stati Uniti non abbiano motivi validi per colpire un Paese vicino e privo di minacce nei loro confronti. In un’intervista a Nbc News ha detto: «Non sottovalutiamo le minacce» e ha spiegato che il governo sta rafforzando le proprie capacità difensive.
Rodríguez ha inoltre escluso che Cuba possa trasformarsi in una nuova Caracas, mentre il presidente Miguel Díaz-Canel Bermúdez ha legato la preparazione nazionale alla difesa dell’isola. In un messaggio pubblicato su X durante la Giornata nazionale della difesa, il capo dello Stato ha scritto: «La nostra preparazione è una priorità per il Paese. Dignità e unità sono le premesse per proteggere la Patria».
La contrapposizione si è aggravata dopo l’81ª Assemblea generale dell’Onu. Donald Trump ha previsto il crollo di Cuba, accusandola di attraversare la fase peggiore della propria storia, e ha rilanciato la tesi americana secondo cui l’isola sarebbe un rifugio per il terrorismo e manterrebbe rapporti con gruppi considerati sovversivi da Washington, tra cui Antifa e Democratic socialists of America.
Investimenti e cambio di regime
A L’Avana le minacce militari vengono interpretate anche come uno strumento di pressione politica. Fonti locali ritengono che Washington punti a ottenere nuove riforme, mentre oltre 200 miliardi di dollari di possibili investimenti restano legati alla Camera di commercio cubano-statunitense, che riunisce almeno cento famiglie di esuli.
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L’imprenditore Juan Omar Sixto si dice pronto a destinare quelle risorse alla ricostruzione delle infrastrutture, ma indica una condizione precisa: «Un cambio di regime». A suo giudizio, l’attuale assetto istituzionale non garantirebbe sufficienti certezze agli investitori.
La Camera dispone di relazioni con l’amministrazione Trump attraverso il segretario di Stato Marco Rubio e conserva un’influenza significativa in Florida, dove mobilita 600mila voti. Con il sostegno di Blue Water Ventures Partners e di altre società, finanzia comitati di azione politica come US-Cuba Democracy e Conservative Solutions.
Esiste tuttavia anche una posizione più favorevole al dialogo economico. L’US-Cuba trade and economic council, guidato da John Kavulich, riunisce imprese interessate a turismo, estrazione di nichel, cobalto e rame, oltre che ad altri comparti. Kavulich sostiene che i contatti tra aziende americane e autorità cubane proseguano quotidianamente e valuta positivamente le riforme avviate dall’Avana negli ultimi nove mesi.
L’isola è già in emergenza
La discussione sulla possibile escalation si sovrappone a una situazione economica e sociale molto fragile. Nell’arco degli ultimi cinque anni il Pil cubano ha perso il 15%, il traffico marittimo è diminuito del 75% e l’inflazione reale ha raggiunto il 70%.
Anche la crisi energetica resta pesante: i blackout interessano più di due terzi della popolazione. In questo quadro, il coordinatore residente ad interim del World Food Programme Etienne Labande ha parlato di una guerra già in corso, ma combattuta senza armi.
La dichiarazione è arrivata durante la visita di una delegazione italiana, composta anche da parlamentari, Cgil, Arci e altre realtà, che ha portato sull’isola 500 chili di aiuti umanitari nell’ambito della campagna Energia per la vita. Per L’Avana, dunque, l’emergenza non dipende soltanto dalle minacce militari: il deterioramento economico produce già effetti quotidiani sulla popolazione.
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