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Politica 1 min di lettura54 min fa

Cpr, il dato che mette in crisi la strategia dei rimpatri

Un’analisi di Action Aid e dell’Università di Bari sui numeri del 2025 ridimensiona il ruolo dei centri nelle espulsioni dei migranti irregolari.

Il ricorso ai Centri di permanenza per i rimpatri non sembra coincidere con il numero delle persone effettivamente riportate nei Paesi d’origine. Secondo un dossier realizzato da Action Aid insieme al dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Bari, nel 2025 circa due migranti irregolari rimpatriati su tre non sono mai entrati in un Cpr.

Il dato riapre il confronto sull’efficacia della detenzione amministrativa e sulla strategia adottata per aumentare le espulsioni. La documentazione, basata sui numeri dell’anno scorso, mette infatti in discussione l’idea che il passaggio nei centri rappresenti il principale strumento per rendere possibili i rimpatri.


Il ruolo dei Cpr ridimensionato dai numeri

La ricerca prende in esame le persone rimandate nei Paesi d’origine nel corso del 2025 e ne ricostruisce il percorso precedente all’espulsione. La conclusione indicata nel dossier è netta: la maggioranza, pari a circa due terzi, non è transitata dai Centri di permanenza per i rimpatri.

Ne deriva che soltanto una quota minoritaria dei migranti rimpatriati aveva trascorso un periodo all’interno di queste strutture. Il rapporto tra permanenza nei Cpr e rimpatrio risulta quindi più limitato di quanto suggerisca il rilievo attribuito ai centri nel dibattito politico.

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La verifica sulla politica dei rimpatri

Action Aid e il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Bari presentano l’analisi come una verifica dei dati relativi alla gestione dei migranti irregolari. Al centro c’è il confronto tra l’obiettivo di rafforzare la detenzione nei Cpr e i risultati concreti registrati sul fronte dei rientri.

I numeri del 2025 indicano che l’incremento o il potenziamento dei centri non può essere considerato, da solo, la spiegazione dei rimpatri effettuati. Il dossier evidenzia piuttosto una distanza tra il ruolo attribuito a queste strutture e il loro effettivo coinvolgimento nei casi conclusi con il ritorno nel Paese d’origine.

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