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Politica 2 min di lettura4 ore fa

Caso Regeni, Tajani sotto pressione: la sentenza riaccende lo scontro

Il ministro ridimensiona la portata della decisione sui tre agenti egiziani condannati, mentre Iv e Avs ne chiedono le dimissioni e La Russa rilancia sull’estradizione.

La condanna in primo grado di tre agenti dei servizi segreti egiziani per il sequestro di Giulio Regeni ha riaperto il confronto politico sulle responsabilità del regime del Cairo. Al centro delle contestazioni è finito Antonio Tajani, accusato dalle opposizioni di aver minimizzato il significato della decisione della Corte d’Assise di Roma.

Il ministro degli Esteri ha respinto le critiche, dichiarandosi stupito dalle polemiche e invitando a non usare le sue parole per fini politici. La sua difesa, tuttavia, non ha fermato le richieste di dimissioni né le prese di posizione a sostegno della ricerca della verità.


Tajani ridimensiona la decisione

Tajani ha sostenuto di essersi limitato a descrivere il contenuto della sentenza, senza negare le responsabilità egiziane. «Mi sono limitato a fotografare la sentenza», ha affermato, precisando che il pronunciamento riguarda una condanna in primo grado e non identifica, secondo la sua lettura, gli autori materiali dell’omicidio.

Il ministro ha definito la decisione «limitata» proprio perché non indica gli assassini di Regeni. Una posizione che ha alimentato nuove accuse politiche: secondo le opposizioni, non è possibile separare il verdetto dalle responsabilità del sistema egiziano nel caso del ricercatore italiano.

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Opposizioni all’attacco

Italia Viva e Alleanza Verdi e Sinistra hanno chiesto a Tajani di lasciare l’incarico. La contestazione riguarda il tono utilizzato dal ministro e il rischio, denunciato dai suoi critici, di indebolire il valore della pronuncia della Corte d’Assise di Roma.

Anche sul fronte istituzionale è arrivata una presa di posizione netta. Il presidente del Senato Ignazio La Russa ha assicurato che saranno esplorate tutte le strade per ottenere giustizia, compresa l’estradizione, dichiarando: «Faremo di tutto, anche estradizione».

La vicenda resta quindi segnata da due piani distinti: quello giudiziario, aperto dalla condanna dei tre agenti egiziani, e quello politico, riacceso dalle parole di Tajani sulla portata della sentenza.

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