Ambiente e guerra, l’appello di Maggi: il nuovo fronte delle donne
Dagli Stati Generali delle Donne arriva una proposta che lega clima, sicurezza e pace, con la Cop31 e il 2026 indicati come passaggi decisivi.
La prossima sfida del movimento guidato da Isa Maggi non riguarda solo il clima, ma il rapporto tra conflitti e tutela dell’ambiente. Per gli Stati Generali delle Donne, infatti, la pace va letta come una scelta politica anche sul terreno ecologico, perché le guerre lasciano danni che possono pesare per anni su acqua, aria e territori.
La pace entra nell’agenda climatica
Il ‘Patto delle Donne per il Clima e l’Ambiente’, nato a Matera nel 2019, punta ora a un nuovo obiettivo per il 2026. L’idea è considerare il diritto a un ambiente sano come parte del diritto alla pace, spostando il dibattito ecologico dentro una visione più ampia che intreccia scienza, economia, giustizia e futuro.
Maggi, coordinatrice nazionale e fondatrice degli Stati Generali delle Donne, sostiene che non sia più possibile discutere di biodiversità, acqua, suolo, salute e territori senza chiamare in causa anche la guerra. A suo giudizio, il danno non colpisce soltanto persone e infrastrutture: l’impatto ambientale può restare nascosto, diffuso e duraturo, con effetti che proseguono anche dopo la fine dei combattimenti.
Le donne e il legame con la terra
Nel suo ragionamento, la cura non riguarda soltanto figli e anziani, ma anche la “madre terra”. È questa la prospettiva che il movimento dice di portare avanti dal 2019 anche nelle conferenze Onu sul clima, le Cop, con un’attenzione già rivolta, lo scorso anno, alle economie indigene.
Quest’anno il tema scelto è la pace, ma la partecipazione alla Cop31 in Turchia, in programma ad Antalya dal 9 al 20 novembre 2026, non sarà in presenza per ragioni di costo. Il lancio ufficiale è previsto il 19 dicembre all’università di Pavia, con iniziative successive nelle scuole e nei territori.
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Ucraina e Gaza come esempi concreti
Per spiegare perché il conflitto entri ormai nel discorso ambientale, Maggi cita soprattutto Ucraina e Gaza. Nel primo caso richiama la fuga di circa 20 milioni di ucraini da un Paese che era definito il granaio d’Europa e che oggi non lo è più, con conseguenze destinate a lasciare tracce anche nelle prossime generazioni.
La sua conclusione è netta: non esiste tutela del clima senza pace, né futuro sostenibile in territori insicuri. Allo stesso modo, dice, non può esserci ricostruzione vera senza attenzione all’ambiente, e non si garantisce giustizia tra le generazioni se il pianeta viene consegnato ai più giovani già ferito dalle guerre.
In questo quadro, il Patto delle Donne per il Clima e l’Ambiente viene indicato come uno strumento per trasformare la pace in politica per il clima, la cura dei territori in politica di sicurezza e la difesa dell’ambiente in prevenzione dei conflitti. Maggi riassume la posizione del movimento in una formula semplice: la guerra uccide le persone e, con loro, danneggia anche il pianeta.
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