Il ritorno del Ciao: il piccolo Piaggio che sfida il tempo
Dopo le sportive più celebri, la rubrica dedicata alle moto di ieri riscopre il ciclomotore italiano entrato nella storia con quasi 4 milioni di esemplari prodotti.
Leggerissimo, semplice e ancora pronto a partire dopo più di mezzo secolo: il Piaggio Ciao è il nuovo protagonista della rubrica dedicata ai modelli che hanno lasciato un segno. Dopo aver celebrato alcune delle sportive più iconiche, è arrivato il momento di riportare al centro della scena il ciclomotore che, prima ancora di diventare un oggetto da collezione, ha accompagnato intere generazioni italiane.
La scelta nasce anche dalle numerose reazioni ricevute dai lettori, che hanno sostenuto il ritorno della rubrica sulle moto di interesse storico recente. In precedenza erano state raccontate diverse protagoniste, dalla Ducati 916 alla Yamaha R1, passando per altri modelli diventati simboli del motociclismo.
Un acquisto nato quasi per caso
Il Ciao è stato probabilmente l’ultimo acquisto dell’autore. L’esemplare blu, completo di documenti, arrivò insieme ad altri due ciclomotori, uno rosso e uno bianco, entrambi senza documentazione. A proporre l’affare fu Luca, titolare di Tomasoni Officina a Castelleone, in provincia di Cremona.
Dopo aver scaricato dal furgone una moto da rally, l’autore si mise subito in viaggio con Laura per recuperare quei mezzi. Il Ciao si rivelò utile anche molto tempo dopo, quando permise di raggiungere il matrimonio di Ambra e Nicola. La sua leggerezza e la facilità di avviamento lo rendono ancora oggi un veicolo sorprendentemente pratico, nonostante gli oltre cinquant’anni sulle spalle.
Quattro milioni di storie italiane
Prodotto dal 1967 al dicembre 2006, il Piaggio Ciao ha raggiunto quasi 4 milioni di unità. Il progetto nacque dall’ingegner Bruno Gaddi, sotto la supervisione di Corradino d’Ascanio, e conquistò il pubblico grazie a una costruzione essenziale, al peso contenuto e alla semplicità di utilizzo.
Il disegno rimase pressoché invariato per quasi quarant’anni, mentre la tecnica veniva aggiornata progressivamente. I primi esemplari non avevano sospensioni posteriori, utilizzavano una forcella anteriore molto rigida e, in alcuni casi, adottavano perfino un freno anteriore a pattino che agiva direttamente sul cerchio.
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Dalle prime versioni agli ultimi Mix
Nel corso degli anni arrivarono gli allestimenti SC, P, PX e Mix. Le modifiche introdussero maggiore comfort, il variatore per affrontare meglio le salite, l’accensione elettronica dal 1996 e, sulla versione Mix, il sistema automatico per dosare l’olio nel serbatoio.
Negli anni Duemila le ultime varianti furono adeguate alle norme Euro 1 ed Euro 2, prima che la produzione terminasse definitivamente. A vent’anni dalla sua uscita di scena, il Ciao può essere considerato a tutti gli effetti un mezzo d’epoca, dopo aver attraversato anche la fase delle youngtimer.
Il futuro delle moto semplici
Il successo della rubrica ha riportato l’attenzione anche sulle moto moderne di cilindrata media, soprattutto quelle comprese tra 450 e 550 centimetri cubi. Si tratta di modelli più accessibili e facili da gestire rispetto alle maxi da 1200, 1300 e 1390 centimetri cubi, un segmento che aveva già mostrato segnali di crescita con la diffusione delle 700 e 800.
Prima dell’incidente erano state provate alcune maxi, comprese moto automatiche e modelli portati anche in pista, oltre alle 800 e alla prima Kove testata in Italia. Mancava invece all’appello la fascia delle 450, protagonista di una prova recente, mentre il Ciao riporta il racconto alle origini della mobilità su due ruote.
In quasi ogni famiglia italiana ne è passato almeno uno: appartenuto a un fratello, a un cugino o magari al nonno. C’è chi lo usava per spostarsi e chi tentava di impennarlo, senza sempre riuscirci. Ora l’invito è a condividere ricordi ed esperienze legate a questo piccolo grande simbolo.
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