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Motori 2 min di lettura19 min fa

Auto europea, il piano B militare non basta: cosa resta in bilico

Ford, Volkswagen, Mercedes-Benz e Renault valutano commesse per la Difesa, ma la riconversione non può assorbire la crisi dell’intero settore automobilistico

Ford sta esplorando nuove possibilità nel comparto della Difesa. I dirigenti europei del gruppo hanno incontrato quest’anno rappresentanti del Pentagono per discutere una possibile fornitura di componenti alle forze armate; l’azienda, inoltre, punta a partecipare allo sviluppo di mezzi destinati all’esercito britannico e ad ampliare la presenza dei pick-up Ranger nelle dotazioni della NATO.

La stessa direzione viene seguita da altri costruttori. Renault ha messo a disposizione impianti e competenze per realizzare droni militari insieme a Thales e Turgis Gaillard, mentre Mercedes-Benz lavora con Tytan Technologies su mezzi contro i droni costruiti a partire dai furgoni Sprinter e su varianti militari della Classe G.

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Fabbriche riconvertite, ma su scala ridotta

Il caso più delicato riguarda la Germania, dove Volkswagen sta valutando la trasformazione dello stabilimento di Osnabrück in un centro per sistemi di difesa aerea e componenti militari. Il progetto, sostenuto da un’intesa con una società d’investimento israeliana e con il Land della Bassa Sassonia, potrebbe mantenere oltre 1.200 posti di lavoro.

Anche i dipendenti che guardavano alla possibile chiusura dell’impianto nel prossimo anno si trovano così davanti a uno scenario diverso. Renault, su impulso del ministero delle Forze armate francese, considera inoltre la produzione di veicoli tattici e posti di comando, sfruttando linee pensate per la fabbricazione in serie.

Queste iniziative possono offrire una prospettiva a singoli stabilimenti in difficoltà, ma non hanno dimensioni sufficienti per risolvere il problema dell’intero sistema automobilistico europeo. Le commesse militari restano infatti legate a gare specifiche, tempi variabili e decisioni dei bilanci pubblici.


La Difesa non assorbe tutta l’occupazione

Il limite principale riguarda la diversa natura dei due comparti. L’industria automobilistica costruisce grandi quantità di veicoli per un mercato globale; quella militare lavora su prodotti più complessi, con requisiti tecnici, certificazioni e volumi molto differenti.

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Max Becker, esperto di sicurezza e difesa del German Council on Foreign Relations, ha avvertito che «la Difesa non sarà l’unica àncora di salvezza per l’industria automobilistica». Secondo il ricercatore, i grandi produttori tedeschi impiegano centinaia di migliaia di persone e non è chiaro quanti lavoratori possano trasferire senza difficoltà le proprie competenze alla costruzione di sistemi d’arma avanzati.


La crisi civile resta irrisolta

Il ricorso alle forniture militari si inserisce in una fase difficile per le Case europee. La concorrenza cinese, soprattutto nel settore delle auto elettriche e ibride, ha aumentato la pressione sui produttori del Continente, che non hanno ancora recuperato i livelli di attività del 2019 e stanno valutando riduzioni dell’organico per difendere i margini.

Nel frattempo, l’inasprimento delle tensioni internazionali ha spinto molti governi europei ad aumentare le risorse per la Difesa e a considerare l’impiego di capacità industriali oggi sottoutilizzate. Tuttavia, produrre missili, droni o mezzi tattici non elimina i ritardi accumulati nelle tecnologie digitali, nella transizione energetica e nel contenimento dei costi dei veicoli destinati ai clienti civili.

Per questo la riconversione bellica può diventare un sostegno temporaneo o un’opzione mirata per alcuni impianti, ma non una risposta strutturale al declino dell’automotive europeo.

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