Rabbia giovanile, il futuro negato: «Non è solo colpa della trap»
Sebastiano Benasso legge gli scontri di Milano come il prodotto di disuguaglianze, violenza sociale e assenza di prospettive per le nuove generazioni
La rabbia esplosa a Milano non può essere spiegata attribuendola soltanto alla musica, ai videogiochi o a una presunta inclinazione violenta dei giovani. Secondo Sebastiano Benasso, professore associato di sociologia all’Università di Genova, il punto è osservare il contesto in cui ragazze e ragazzi crescono: un ambiente segnato da disuguaglianze, precarietà e immagini di violenza diffuse ogni giorno dalle istituzioni, dai mezzi di comunicazione e dalle piattaforme digitali.
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Un futuro già consumato
Per Benasso, la domanda non dovrebbe concentrarsi sull’identità dei giovani coinvolti, quasi fossero persone naturalmente predisposte alla violenza. Bisognerebbe invece capire quali condizioni producano la loro collera e quali effetti abbia l’esposizione continua a un mondo percepito come aggressivo e privo di protezioni.
Il sociologo individua una frustrazione comune a ragazzi provenienti da ambienti differenti, anche se il reddito continua a determinare possibilità e svantaggi. «Questi ragazzi scontano tutti un problema di futuro consumato da chi è venuto prima», afferma, riferendosi alle risorse ambientali e finanziarie esaurite, oltre al peso del debito pubblico. Senza la possibilità di immaginare una vita oltre l’immediato, sostiene, la ricerca di autonomia può trasformarsi anche in conflitto.
La musica non è il bersaglio
Benasso, che da anni studia le culture giovanili e la trap, respinge le letture che collegano automaticamente i testi musicali ai comportamenti violenti. In quei brani possono comparire criminalità e aggressività, ma spesso come espressione di esperienze segnate dall’allontanamento familiare, dalla competizione economica e dal progressivo indebolimento dello stato sociale. «Non è certo solo la musica, come non sono solo i videogiochi a essere violenti: il mondo in cui siamo è violento», osserva.
A suo giudizio, anche il linguaggio pubblico contribuisce al problema. I giovani ricevono in tempo reale immagini di guerre, genocidi e dichiarazioni politiche dure, mentre la violenza istituzionale entra nel loro quotidiano attraverso l’infrastruttura digitale. Ridurre tutto a una caratteristica della nuova generazione, quindi, sarebbe una semplificazione comoda per gli adulti.
Il simbolo della vetrina rotta
Il divario sociale emerge anche nel rapporto con i consumi. Una parte della popolazione può affrontare il caro vita senza rinunciare al frigorifero pieno o alle vacanze; molte altre persone, invece, faticano a sostenere le spese essenziali e hanno vissuto l’estate in condizioni difficili, anche a causa del caldo.
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Secondo il sociologo, i giovani desiderano oggetti e marchi che la cultura capitalistica ha trasformato in simboli di successo, pur rendendoli irraggiungibili per molti. La vetrina infranta diventa così l’espressione di una tensione tra desiderio e impossibilità. Benasso richiama anche gli episodi avvenuti durante il grande blackout di New York, quando alcuni ragazzi del Bronx rubarono giradischi dai negozi: quei gesti sono stati interpretati come appropriazione di strumenti culturali, mentre oggi comportamenti analoghi vengono spesso letti soltanto come saccheggio. Resta comunque possibile, aggiunge, che nel caos qualcuno cerchi deliberatamente l’adrenalina o sfrutti la situazione per imitazione.
Sicurezza e paura costruita
Nel dibattito seguito agli scontri, la figura del “maranza” sarebbe stata trasformata in quella di un nemico pubblico. Benasso collega questo meccanismo ai cosiddetti “diavoli popolari”, categorie già analizzate dalla sociologia per descrivere gruppi presentati come minacce e usati per giustificare richieste di repressione. La rappresentazione mediatica, osserva, può rendere alcuni fenomeni molto visibili e contemporaneamente lasciare in ombra altri episodi, comprese le proteste nel Mezzogiorno.
Il racconto dei genitori migranti presentati come persone rispettabili contrapposte ai figli descritti come perduti riprodurrebbe, inoltre, una polarizzazione basata sull’obbligo di dimostrare riconoscenza per ottenere inclusione. Di fronte alle violenze, la politica ha preso le distanze quasi unanimemente; più rare, secondo Benasso, sono state le analisi sul clima sociale e sulle modalità con cui viene gestito l’ordine pubblico. «Non essere arrabbiati è un privilegio», sostiene, aggiungendo che non ogni forma di protesta può essere ricondotta a iniziative pacifiche e simboliche.
Dalla repressione ai servizi
L’aumento delle divise, da solo, non sarebbe sufficiente a risolvere il problema. Il sociologo richiama il concetto di “tautologia della paura”, elaborato da Alessandro Dal Lago negli anni Novanta: mezzi di comunicazione, politica, istituzioni e opinione pubblica possono contribuire a costruire una minaccia e poi usare quella stessa rappresentazione come prova della sua esistenza.
Anche strumenti presentati come garanzie di sicurezza, come gli elicotteri o la militarizzazione degli spazi urbani, possono alimentare la sensazione di vivere in una città insicura. Per Benasso, la risposta dovrebbe partire da un diverso modello di collettività, nel quale lo Stato protegga senza escludere. Servono nuovi investimenti nello stato sociale, nella scuola, nei servizi fondamentali e nella sanità pubblica: ambiti che, conclude, sono stati progressivamente considerati sacrificabili.
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