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Lifestyle 4 min di lettura1 ora fa

Adolescenti tra piazze e rabbia: dove passa il confine

Stefano Rossi invita a distinguere la ribellione capace di generare pensiero dalla violenza distruttiva, senza ridurre una generazione ai suoi disagi o agli episodi di piazza.

L’età molto giovane di alcuni protagonisti degli scontri non autorizza a mettere sotto accusa un’intera generazione. Stefano Rossi invita a evitare generalizzazioni e a separare le condotte violente dall’esperienza degli adolescenti che, invece, stanno cercando parole e strumenti per raccontare il proprio futuro.

A suo giudizio, la complessità emerge proprio dal contrasto tra chi porta nelle piazze una protesta pacifica e chi trasforma la rabbia in distruzione. Per leggere questo divario occorre osservare non soltanto il disagio, ma anche la capacità dei ragazzi di riflettere, creare e mettere in discussione il mondo degli adulti.

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La rabbia non rappresenta tutti

Rossi considera rischioso attribuire ai manifestanti più aggressivi i pensieri e l’identità di tutti gli altri giovani. Il riferimento è ai meccanismi di contagio emotivo descritti da Gustav Le Bon ne La psicologia delle folle: nelle situazioni collettive le emozioni possono propagarsi rapidamente, alterando comportamenti e reazioni.

La sua lettura non divide però i ragazzi in categorie rigide. Secondo lo psicopedagogista, alcuni adolescenti reagiscono attraverso l’impulsività e l’ira, mentre altri trasformano il conflitto in riflessione, interrogandosi sulla società, sulle proprie scelte e sul futuro. La ribellione, quindi, può assumere forme molto diverse e non coincide automaticamente con la violenza.


Il confine tra sfida e distruzione

Nel libro Adolescenti esplosivi, Rossi usa l’immagine del ribelle raffigurato da Banksy con un mazzo di fiori per spiegare la differenza tra trasgressione evolutiva e aggressività patologica. La crescita richiede una presa di distanza dai genitori e dalle regole ricevute, ma questa rottura può restare simbolica, pacifica e portatrice di idee nuove.

Il quadro cambia quando la ribellione si lega alle armi, all’estremismo ideologico o al desiderio di devastare. Richiamando Erich Fromm, Rossi parla di una passione per la morte e per il nichilismo intesa in senso esistenziale: sono segnali che indicano una distruttività concreta, non più una semplice ricerca di autonomia.


Una generazione oltre gli stereotipi

Le manifestazioni di questi giorni mostrano adolescenti capaci di uscire dalla dimensione virtuale e di esporsi fisicamente nello spazio pubblico. Le loro richieste riguardano il costo della vita e le condizioni del futuro, ma raccontano anche il bisogno di essere riconosciuti come persone, non soltanto descritti attraverso ansia, dipendenza dal cellulare, scarsa autostima o relazioni difficili.

Per Rossi, gli adulti tendono a concentrarsi soprattutto sui ragazzi che soffrono o fanno soffrire. In questo modo rischiano di non vedere chi utilizza la protesta per elaborare un pensiero autonomo. La piazza può diventare così un luogo di partecipazione e di confronto, non soltanto lo scenario degli episodi più rumorosi.

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Separarsi per diventare se stessi

Ogni adolescente, spiega lo psicopedagogista, possiede una componente esplosiva: è chiamato a scoprire i propri desideri e la propria identità, prendendo le distanze da chi lo ha protetto fino a quel momento. Il passaggio viene definito separazione emotiva e individuazione, un percorso nel quale il giovane deve arrivare a chiedersi chi sia davvero.

Rossi richiama El Castillo di Mendez Blake, opera composta da un lungo muro di mattoni e da una copia de Il castello di Kafka collocata alla base. Se sul piano politico il libro rappresenta la forza delle idee contro un sistema compatto, sul piano psicologico diventa la metafora della mente adolescente: pensieri, valori e sogni possono incrinare il muro delle aspettative familiari.

Questa distanza non dovrebbe tradursi in un conflitto fisico. Il giovane deve differenziarsi, ridimensionare l’immagine idealizzata dei genitori e costruire una propria visione, senza trasformare l’autonomia in sopraffazione.


La protesta come gesto umano

Le mobilitazioni di centinaia e migliaia di ragazzi in Italia e in Europa hanno anche un valore concreto: mostrano persone in carne e ossa che scelgono di incontrarsi, parlare e manifestare oltre i profili digitali. In un’epoca dominata dall’intelligenza artificiale e dalle relazioni mediate dagli schermi, questa partecipazione restituisce centralità alla presenza fisica e alla responsabilità collettiva.

Rossi sostiene che gli adulti dovrebbero ascoltare questa spinta invece di ridurla a un problema da correggere. I giovani chiedono risposte sul mondo che erediteranno e, attraverso una disobbedienza non violenta, costringono la società a interrogarsi sui modelli sociali, economici e culturali costruiti finora.

L’immagine dell’adolescente-artista completa il ragionamento: un’identità matura nasce quando energia e forma riescono a stare insieme. Se rimane soltanto la superficie, prevalgono apparenza e consumismo; se resta soltanto la forza, il rischio è che la frustrazione si trasformi nel desiderio di bruciare tutto. Il compito degli adulti è tenere insieme queste possibilità senza confonderle né semplificarle.

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