Rabbia nelle periferie: chi sono i ragazzi che sfidano le città
Dietro le devastazioni di Milano, Torino e Bologna c’è una protesta senza leader, alimentata da esclusione, precarietà e dalla frattura tra giovani e istituzioni.
Non servono più partiti, sindacati o manifestazioni autorizzate per portare centinaia di giovani nelle strade. Bastano i social, una sigla dai contorni indefiniti e una rabbia maturata lontano dai luoghi in cui si prendono le decisioni: è così che nelle piazze di Milano, Torino e Bologna il disagio sociale è diventato scontro, devastazione e sfida alle forze dell’ordine.
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Una protesta senza regia visibile
Tra i protagonisti non ci sono soltanto le aree più radicali dei centri sociali. In piazza si sono visti anche ragazzi anonimi delle periferie, molti dei quali figli di immigrati e cresciuti in quartieri dove l’inclusione è rimasta incompiuta. Si sono ritrovati attraverso la rete, sotto denominazioni come «Italia in piazza», senza una leadership riconoscibile né un’organizzazione stabile alle spalle.
Il loro linguaggio non è quello di un movimento con obiettivi definiti. Pietre, vetrine infrante, auto incendiate e negozi saccheggiati raccontano piuttosto un’esplosione di collera. La violenza resta cieca, ingiusta e dannosa: finisce per spostare il dibattito dalle disuguaglianze alla sicurezza e consegna alla destra l’occasione politica che cercava.
Il futuro che si è ristretto
La scena italiana si inserisce in una tensione più ampia, visibile anche nelle piazze di Francia, Spagna, Belgio e Germania. In un continente segnato dall’invecchiamento della popolazione, gli adulti difendono il proprio equilibrio mentre ai più giovani restano abitazioni troppo costose, stipendi insufficienti, impieghi temporanei e l’idea di una precarietà destinata a durare.
Quella che un tempo era considerata la possibilità di migliorare la propria condizione rispetto alla generazione precedente sembra essersi bloccata. Intanto, attraverso gli schermi, ogni giorno vengono mostrati ricchezza, consumi e vite di successo; una volta spento il telefono, molti ritrovano invece stanze condivise, periferie marginalizzate e prospettive ristrette. La distanza tra ciò che vedono e ciò che possono davvero raggiungere alimenta una frustrazione sempre più difficile da contenere. A questo si aggiunge la presenza di guerre alle porte dell’Europa occidentale.
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L’ordine contro il disagio
La risposta istituzionale è arrivata rapidamente con il consueto appello rivolto alla sinistra, chiamata a prendere le distanze dagli episodi di violenza. Una condanna che la sinistra, del resto, esprime regolarmente. Secondo questa lettura, però, il problema non può esaurirsi nella ricerca dei responsabili dei disordini.
La destra ha trasformato le immagini delle fiamme in un argomento a sostegno della propria promessa di ordine, nonostante i cinque decreti sicurezza adottati dal governo in quattro anni e la moltiplicazione di reati, sanzioni, divieti e allarmi. Anche il sindaco di Milano Beppe Sala ha contestato l’impreparazione davanti all’arrivo dei manifestanti, provocando la reazione del ministro Matteo Piantedosi, che lo ha liquidato definendolo «radical chic».
Quando nessuno ascolta più
Ridurre tutto a una questione criminale significa non vedere la frattura che attraversa queste città. La destra propone sicurezza; la sinistra, pur richiamandosi all’inclusione e alla giustizia sociale, fatica a trovare parole capaci di raggiungere chi vive il disordine sulla propria pelle.
Molti di quei ragazzi hanno ormai la sensazione che il patto tra generazioni sia saltato e che nessuno abbia interesse ad ascoltarli. La pazienza appare loro come un lusso, mentre la rabbia, pur non essendo una soluzione né una qualità, diventa l’unico modo per farsi notare. Una vetrina infranta non risolve il problema, ma produce almeno un rumore impossibile da ignorare.
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