Terra Madre senza Petrini: la biodiversità diventa una sfida politica
L’edizione dei 40 anni di Slow Food ha scelto una guida collettiva, mettendo al centro lavoro agricolo, pace, diritti e tutela delle differenze.
La lotta al caporalato passa anche da una soluzione concreta: censire gli alloggi vuoti e assegnarli ai lavoratori agricoli. È la proposta rilanciata da Yvan Sagnet per il Piemonte, dalle Langhe al Saluzzese, e per la provincia di Foggia, dove si trovano tre dei più grandi insediamenti informali di braccianti in Europa. Un intervento del genere, secondo l’ex bracciante, potrebbe ridurre la dipendenza dai caporali e offrire maggiore protezione a chi oggi vive e lavora in condizioni di forte vulnerabilità.
Il problema riguarda soprattutto rifugiati privi di permesso di soggiorno, spesso restii a denunciare per paura di essere arrestati. In questo quadro, la tutela della biodiversità assume un significato più ampio: non riguarda soltanto semi, coltivazioni ed ecosistemi, ma anche la dignità delle persone e la possibilità di costruire una società più equa.
Il lavoro agricolo resta senza protezioni
Il tema è emerso nel convegno conclusivo di Terra Madre, dedicato allo sfruttamento che si mimetizza dietro rapporti di lavoro apparentemente regolari. Sagnet ha spiegato che oggi molti braccianti ricevono una busta paga, ma spesso quella documentazione non corrisponde alle ore realmente svolte né alle somme effettivamente percepite. È il cosiddetto lavoro grigio, una forma meno visibile di abuso che si adatta alle regole senza rispettarle davvero.
Secondo don Stefano Stimamiglio, direttore di Famiglia Cristiana e moderatore dell’incontro, in Italia gli addetti agricoli irregolari sono 230 mila, in larga parte immigrati. In alcune zone guadagnano meno di 5 euro all’ora e vengono sistemati in baraccopoli. La normativa contro il caporalato esiste dal 2016, ma la sua applicazione resta insufficiente: l’assenza di servizi e il malfunzionamento dei centri per l’impiego lasciano spazio a intermediari illegali.
Sagnet ha indicato nella gestione pubblica dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro uno dei passaggi indispensabili. Senza un sistema legale capace di accompagnare le aziende e i lavoratori, il reclutamento irregolare continua a prosperare proprio dove lo Stato non riesce a garantire servizi essenziali.
L’assenza che cambia Slow Food
La prima edizione di Terra Madre dopo la morte di Carlo Petrini ha dovuto affrontare anche un’altra domanda: chi raccoglierà la sua eredità? La risposta arrivata da Slow Food non è stata la ricerca di una figura destinata a replicare il fondatore. L’obiettivo dichiarato è trasformare il suo pensiero in una responsabilità condivisa, affidata alla rete di persone e comunità che partecipano al movimento.
Il presidente Edward Mukiibi, confermato nell’incarico, ha ricordato che per Petrini il cibo non era separabile dalla cultura, dall’identità, dalla giustizia e dalla cura del pianeta. Nel suo intervento ha collegato la giustizia alimentare alla pace, sostenendo che nessuna delle due può essere stabile senza l’altra. Ha inoltre indicato nella capacità di creare relazioni un gesto politico necessario per ottenere cambiamenti reali.
Tra le frasi lasciate da Petrini, una ha accompagnato la manifestazione: «Chi semina utopie raccoglie realtà». È stata ripresa come una chiave per leggere il futuro dell’organizzazione: non un nuovo leader da incoronare, ma una comunità chiamata ad assumersi collettivamente il compito di proseguire quel percorso.
Quarant’anni tra cibo e diritti
L’appuntamento torinese ha riunito 1.500 delegati provenienti da 120 Paesi, oltre 600 espositori e un programma composto da mille eventi. I numeri restituiscono la dimensione della manifestazione, ma non ne esauriscono il significato. Al centro dell’edizione dedicata ai 40 anni di Slow Food è comparso il tema della biodiversità, presentato come difesa delle differenze e come strumento per affrontare disuguaglianze, conflitti e crisi ambientali.
Il messaggio non si è limitato alla valorizzazione dei prodotti o dei sistemi agricoli. La biodiversità è stata collegata al diritto al cibo, alla solidarietà tra comunità e alle condizioni sociali e politiche nelle quali gli alimenti vengono coltivati, distribuiti e consumati. Da questa prospettiva, la manifestazione ha assunto un carattere apertamente politico, pur mantenendo la dimensione di festa e incontro.
La chiusura affidata al confronto sul caporalato ha dato concretezza a quel programma. La tutela della varietà del mondo agricolo, infatti, non può prescindere da chi lavora nei campi: senza diritti, salari adeguati, abitazioni dignitose e intermediazione regolare, anche la transizione verso un sistema alimentare più giusto resta incompleta.
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