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Food 4 min di lettura4 giorni fa

San Gennaro, 100 anni di memoria: Little Italy si riaccende

Per undici giorni Mulberry Street ritrova suoni, sapori e simboli della festa napoletana nata nel 1926, mentre il quartiere italiano si è ormai ristretto a pochi isolati.

Per undici giorni Mulberry Street torna a evocare un’Italia che a New York sopravvive soprattutto nella memoria. La Festa di San Gennaro, arrivata al traguardo dei cento anni, riporta nel cuore di Little Italy musica, bandiere, processioni e profumi di salsiccia alla griglia e dolci fritti. L’edizione in corso, iniziata il 17 settembre, termina domenica 27; il momento più solenne sarà la Grand Procession di sabato 26, con carri, bande musicali, una gondola e la statua del santo.


Un quartiere cambiato, una festa intatta

Il contrasto è evidente: la celebrazione continua ad attirare visitatori, ma l’enclave italiana che le ha dato origine si è ridotta drasticamente. Dei circa 30 isolati un tempo riconducibili a Little Italy, oggi ne restano approssimativamente cinque lungo Mulberry Street. Nel quartiere la presenza italiana è molto più contenuta e, per molti, il nome rappresenta ormai più un’eredità culturale che una composizione demografica.

La domanda è tornata d’attualità proprio nel 2026, quando Little Italy non è comparsa in una mappa dedicata alle comunità immigrate di New York e pensata per i visitatori dei Mondiali. La risposta cambia a seconda del criterio: come luogo abitato da italiani è profondamente trasformata, mentre conserva famiglie, attività storiche, ricordi e simboli dell’identità italoamericana.


Da Napoli a Manhattan, il lungo viaggio

La vicenda comincia nei primi decenni del Novecento, durante l’arrivo negli Stati Uniti di milioni di italiani. Molti immigrati provenienti dal Mezzogiorno si stabiliscono nel Lower East Side di Manhattan e attorno a Mulberry Street nasce gradualmente il quartiere destinato a essere conosciuto come Little Italy.

Nel 1926 alcuni napoletani organizzano una giornata dedicata a San Gennaro, patrono di Napoli. La statua viene portata per le strade come segno del legame con la città d’origine, ma la ricorrenza cresce rapidamente: nel 1928 è già diventata una manifestazione lunga una settimana. Dopo la Seconda guerra mondiale l’appuntamento supera i confini della comunità italiana, grazie a musica, spettacoli e bancarelle capaci di attirare persone di origini diverse.

Negli anni Sessanta arrivano anche autobus organizzati da altri Stati americani. Durante gli anni Settanta la festa raggiunge circa 3 milioni di presenze annuali; per il centenario del 2026 l’organizzazione prevede fino a 2 milioni di visitatori.


Il menù racconta l’identità

La cucina mostra meglio di ogni altra cosa la trasformazione della ricorrenza in un rito italoamericano. Salsiccia e peperoni sono tra i cibi più riconoscibili della festa e compaiono già in una fotografia del 1947 scattata su Mulberry Street. Il maiale, inoltre, richiama le antiche celebrazioni napoletane tra Medioevo e Rinascimento, quando poteva essere persino offerto come premio nei giochi popolari.

Accanto alla salsiccia si trovano pizza, polpette, cannoli, torrone, fritture e rice balls, la versione americana degli arancini. Le zeppole restano però uno dei simboli principali: non sono i dolci italiani di San Giuseppe con crema e amarena, ma frittelle semplici vendute in un sacchetto di carta. Danny Fratta, conosciuto come “Danny on the Corner”, le definisce “Italian donuts” mentre porta avanti, all’angolo tra Mulberry e Grand, il banco del torrone appartenuto allo zio.

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Ogni preparazione conserva una traccia del percorso compiuto dall’altra parte dell’Atlantico. Ingredienti legati alla tradizione napoletana vengono inseriti in forme nuove, mentre nomi e ricette cambiano nel contatto con la cultura americana. Ne emerge una cucina italoamericana costruita nel tempo, non una riproduzione immobile dell’Italia.


Memoria, spettacolo e turismo

Durante i giorni della festa la strada si trasforma: sopra i ristoranti compaiono luminarie e tricolori, la musica accompagna il passaggio della folla e le bancarelle convivono con attrazioni da luna park. L’effetto è quello di un’Italia filtrata da un secolo di ricordi, dove Napoli resta riconoscibile nella devozione e nei sapori, ma l’esperienza complessiva è ormai newyorkese.

Il carattere commerciale è evidente. Insieme ai piatti della tradizione compaiono gadget, magliette ispirate a “The Godfather” e “The Sopranos” e proposte che non appartengono necessariamente né alla cucina italiana né a quella italoamericana. Per questo la festa funziona anche come grande attrazione turistica, vendendo un’immagine dell’Italia costruita dall’immaginario americano.

Ridurre tutto a un’operazione per visitatori, però, non restituisce l’intera storia. John Fratta, vicepresidente di Figli di San Gennaro e pronipote di Luigi Vitale, coinvolto nell’organizzazione della prima edizione, considera quei giorni una sorta di ritrovo: molte persone cresciute nel quartiere tornano a Mulberry Street. La stessa strada può quindi essere, nello stesso momento, meta turistica e luogo privato della memoria familiare.


Il centenario riporta il passato

San Gennaro non custodisce soltanto una tradizione trasferita dall’Italia agli Stati Uniti. Conserva soprattutto il modo in cui gli immigrati hanno ricostruito e tramandato l’immagine del Paese lasciato alle spalle. All’origine c’era una festa napoletana; con il passare dei decenni è diventata un appuntamento italoamericano capace di unire fede, cibo di strada, spettacoli, famiglie e turismo.

Il suo successo, cento anni dopo, dipende proprio da questa trasformazione. Little Italy non è più il quartiere del 1926, ma per undici giorni l’anno San Gennaro riesce a riaccenderne i simboli e a riportare in superficie una memoria che continua a parlare a chi ci è cresciuto e a chi arriva per scoprirla.

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