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Food 4 min di lettura5 giorni fa

Dal drive-in al McDrive: perché l’auto resta a tavola

Il modello nato negli Stati Uniti è quasi scomparso, ma il servizio senza scendere dalla vettura continua a crescere anche in Italia.

In Italia il formato americano non ha conquistato davvero il pubblico nella sua versione originaria, quella con i camerieri al parcheggio. Il suo erede moderno, però, continua a espandersi: McDonald’s dispone oggi di 572 McDrive su 825 ristoranti, contro i 389 del 2020, quando venivano servite circa 34 milioni di automobili ogni anno.


Il passato diventa una nuova esperienza

La formula si sta estendendo anche ad altre catene. Burger King la propone con il nome di King Drive, mentre Kfc ha indicato l’obiettivo di portare il servizio drive al 30% delle nuove aperture nei prossimi anni.

Negli Stati Uniti, intanto, il vecchio drive-in è sopravvissuto soltanto in poche realtà. Superdawg, nato nel 1948, è considerato l’ultimo autentico esponente del genere a Chicago; Dog N Suds mantiene invece alcuni locali nel Midwest, tra cui quello di Ingleside, nell’Illinois, attivo dal 1967 e ancora amministrato dalla famiglia Miller.

La loro forza non è la rapidità, terreno sul quale le grandi catene restano imbattibili. Raduni di auto d’epoca, ricette tradizionali e root beer preparata internamente offrono un’esperienza legata alla memoria, mentre Sonic conserva una versione intermedia del modello in oltre 3mila punti vendita. L’auto, inoltre, continua a essere per molti un luogo privato dove mangiare, ascoltare musica o stare lontani dal resto del mondo.


Quando il pasto arrivava al finestrino

Un tempo bastava restare seduti nell’abitacolo per ricevere un hamburger. L’ordine passava da un interfono oppure direttamente al cameriere, che raggiungeva la vettura con il vassoio, spesso spostandosi sui pattini.

Questa modalità precedette il più sbrigativo drive-through e, nel periodo di massima diffusione, arrivò a comprendere circa 40mila ristoranti negli Stati Uniti. Oggi quel sistema appare soprattutto come una testimonianza dell’America del Novecento, anche se alcune insegne continuano a tenerne in vita i rituali.


La nazione costruita intorno all’auto

Il primo esempio risale al 1921, a Dallas, in una fase in cui la motorizzazione stava cambiando le abitudini quotidiane. Gli automobilisti cercavano un servizio che evitasse di lasciare la macchina e così comparvero i carhop, addetti incaricati di raccogliere le richieste e consegnare il cibo alle vetture.

Il successo arrivò soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale. La crescita economica, l’espansione dei sobborghi e l’incremento delle immatricolazioni resero l’automobile una presenza centrale nella vita familiare: nel 1948 la produzione annuale sfiorava i quattro milioni di esemplari, ormai dotati anche di radio e riscaldamento.

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Pattini, caldo e serate nei parcheggi

Durante gli anni Cinquanta la rete autostradale interstatale spinse gli americani a trascorrere più tempo in viaggio. I drive-in offrivano pasti accessibili, con menù completi che potevano costare meno di 50 centesimi, ma funzionavano anche come luoghi di sosta e socialità.

Le auto riempivano i parcheggi e i camerieri sui pattini cercavano di ridurre i tempi di consegna. Alcuni ristoranti testarono persino sistemi meccanizzati per far arrivare i vassoi alle vetture. Poiché l’aria condizionata domestica non era ancora comune, una cena con hot dog, root beer o gelato diventava anche una pausa dal caldo cittadino: cinema e cultura popolare trasformarono quei locali in punti d’incontro per gli adolescenti.


Il fast food cambia le regole

Dog N Suds, catena del Midwest dedicata soprattutto a hot dog e root beer, rappresentò bene quella stagione. Negli anni Sessanta superò i 600 ristoranti, mentre oggi ne rimangono circa una dozzina; a Ingleside la bevanda viene ancora preparata sul posto e servita nei caratteristici boccali raffreddati.

A ridimensionare il drive-in fu però proprio il modello che avrebbe reso celebre la ristorazione veloce americana. McDonald’s iniziò come drive-in, ma nel 1948 passò al servizio al banco: eliminare i carhop riduceva le spese e una cucina organizzata secondo criteri industriali accorciava i tempi di preparazione. L’avvio del franchising nel 1955 portò la catena a 700 ristoranti già dieci anni più tardi.


Dal parcheggio al semplice passaggio

Il colpo conclusivo arrivò con il drive-through. L’altoparlante a due vie consentiva di inoltrare la richiesta, saldare il conto e ritirare il sacchetto senza cercare posto e senza attendere un cameriere. Wendy’s adottò il sistema nel 1970; Burger King e McDonald’s lo introdussero cinque anni dopo.

La nuova procedura era più economica e veloce, perché trasformava la sosta in un passaggio: l’automobilista ordinava, prendeva il cibo e ripartiva. Da allora i drive-in sono diventati rarità, ma la logica che li aveva generati — consumare il pasto restando nella propria automobile — continua a trovare spazio nella ristorazione contemporanea.

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