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Food 3 min di lettura58 min fa

Class action sugli ultraprocessati: il nodo è capire cosa vietare

Coldiretti valuta un’azione collettiva e punta al diritto europeo, ma oggi manca una norma che definisca e proibisca questi alimenti nelle forniture pubbliche.

La strada giudiziaria annunciata da Coldiretti parte da una difficoltà precisa: gli alimenti ultraprocessati sono associati a diversi rischi per la salute, ma non esiste ancora una definizione giuridica condivisa che permetta di vietarli o limitarli in modo uniforme. L’organizzazione sta quindi esaminando condizioni e tempistiche per un’azione collettiva, con l’obiettivo dichiarato di arrivare, eventualmente, davanti alla Corte di giustizia dell’Unione europea.

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La class action inciampa nelle regole

A chiarire l’iniziativa è stato Vincenzo Gesmundo, segretario generale di Coldiretti, durante l’apertura del Forum Internazionale dell’Agricoltura e dell’Alimentazione. Prima di procedere, l’associazione dovrà però individuare una possibile violazione delle norme a tutela dei consumatori: senza una regola specifica sugli ultraprocessati, stabilire contro quali comportamenti agire sarebbe complesso.

Il diritto dell’Unione consente alle associazioni dei consumatori riconosciute di promuovere cause collettive nei tribunali nazionali. In Italia, la competenza spetta alle sezioni specializzate in materia d’impresa; le richieste possono riguardare un risarcimento oppure la cessazione di condotte considerate illegittime. Un’associazione, invece, non può presentare direttamente alla Corte di giustizia un ricorso collettivo contro le aziende alimentari.


Il passaggio dalla scuola all’Europa

La Corte di giustizia può essere coinvolta da un giudice nazionale, chiamato a chiedere chiarimenti sull’interpretazione del diritto europeo. Anche questo percorso, tuttavia, richiederebbe l’esistenza di una controversia concreta e di una norma europea da interpretare. Attualmente nell’ordinamento dell’Unione non c’è un divieto generale degli alimenti ultraprocessati né una disciplina che ne riduca il consumo in quanto categoria autonoma.

Il tema riguarda anche la proposta di regolamento sugli appalti pubblici presentata dalla Commissione europea il 9 settembre 2026. Il testo, destinato a sostituire le direttive del 2014, incide sugli acquisti delle amministrazioni, compresi i servizi di ristorazione per scuole, ospedali e strutture assistenziali. Secondo Coldiretti, quella revisione avrebbe potuto introdurre criteri nutrizionali più severi o impedire l’acquisto di alcune tipologie di prodotti.


La norma lascia spazio alle amministrazioni

La proposta non introduce però un divieto esplicito. L’articolo 53 consente già alle amministrazioni di considerare il valore nutrizionale e le conseguenze sulla salute degli alimenti quando preparano le gare d’appalto. Si tratta di una facoltà, non di un obbligo vincolante, e proprio questa scelta viene giudicata insufficiente da Coldiretti.

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Nel corso del Forum, Gesmundo ha contestato l’impostazione europea con parole molto dure: «L’Europa dei tecnocrati ha scelto deliberatamente di non inserire alcun divieto per i cibi ultraformulati». Il riferimento era alla mancata introduzione di un’esclusione specifica per le mense pubbliche, mentre il regolamento è ancora sottoposto all’iter di approvazione.


Salute e costi per il sistema pubblico

A rendere centrale il confronto sono anche le conseguenze sanitarie attribuite a un consumo elevato di questi prodotti. Numerosi studi collegano gli alimenti ultraprocessati a una maggiore incidenza di patologie cardiovascolari, diabete di tipo 2, depressione e sovrappeso; alcuni lavori sono stati presentati proprio durante il Forum.

Un rapporto della Fondazione Aletheia, centro studi che analizza il rapporto tra alimentazione e salute e collabora con Coldiretti, quantifica in oltre 13 miliardi di euro all’anno la spesa sostenuta in Italia per la cura del solo diabete mellito. Il documento risale al 2023, ma il dato è stato nuovamente richiamato durante l’incontro.


Manca una definizione condivisa

Prima di stabilire eventuali divieti, resta da delimitare con precisione la categoria. La classificazione scientifica NOVA raggruppa gli alimenti in quattro livelli sulla base del grado di trasformazione, ma non corrisponde a una definizione giuridica valida in modo uniforme.

Questa lacuna rende incerto anche il possibile bersaglio dell’iniziativa annunciata da Coldiretti. L’associazione dovrà chiarire quali prodotti includere, quali norme sarebbero state violate dalle aziende e quale risultato intenderebbe ottenere nei tribunali: senza questi passaggi, il percorso verso una causa collettiva e un eventuale coinvolgimento della giustizia europea resta ancora da definire.

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