Cibo e sfruttamento: il dato choc che coinvolge quasi tutte le aziende
Un rapporto sulle filiere alimentari fotografa abusi diffusi, scarsa tracciabilità e il peso delle decisioni commerciali sui lavoratori più vulnerabili.
«L’approvvigionamento responsabile richiede anche che i compratori si assumano la propria parte di responsabilità». Justine Carter, vice amministratrice delegata di Unseen, invita le aziende a interrogarsi sull’effetto di prezzi compressi, tempi irrealistici e contratti sbilanciati sulle condizioni di chi lavora lungo la filiera.
Per Carter, la risposta agli abusi non può consistere soltanto nell’interrompere i rapporti commerciali: bisogna prima proteggere le persone coinvolte, ascoltarle e verificare se il cambiamento prodotto sia concreto e duraturo. In alcuni casi l’uscita dal rapporto sarà inevitabile, ma una rottura automatica può spingere lo sfruttamento ancora più lontano dai controlli.
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La trasparenza non basta più
Maxfield Weiss, responsabile globale della sostenibilità presso il Chartered Institute of Procurement & Supply, sostiene che conoscere i nomi dei fornitori non sia sufficiente. «La visibilità non deve trasformarsi in una semplice raccolta di dati: deve servire a capire dove si concentrano i pericoli e a intervenire sulle parti più esposte della catena del valore».
Secondo Weiss, un sistema che punisce automaticamente chi segnala un problema rischia di favorire il silenzio. Per questo le imprese dovrebbero creare condizioni di fiducia, così da incoraggiare le denunce e usare le informazioni raccolte per correggere davvero le situazioni di abuso.
Il quadro emerge da una ricerca realizzata dalla British Standards Institution con il Chartered Institute of Procurement & Supply. Nell’ultimo anno, il 97% delle società alimentari e delle bevande coinvolte ha individuato casi di sfruttamento o violazioni gravi dei diritti del lavoro nella propria catena di fornitura: è il livello più elevato tra i comparti esaminati. Considerando tutte le attività economiche, la quota resta al 96%.
Dietro i numeri, vite sotto ricatto
La dimensione del fenomeno è collegata a una realtà globale in cui più di 50 milioni di persone vivono in condizioni riconducibili alla schiavitù moderna. Una parte significativa riguarda il lavoro forzato nelle filiere internazionali, spesso frammentate e difficili da controllare.
Manny, arrivato nel Regno Unito dal Pakistan con un visto per lavoratori qualificati, aveva accettato un impiego come responsabile della ristorazione. Una volta giunto a destinazione, il datore gli avrebbe imposto 20.000 sterline per il visto e lo avrebbe minacciato di espulsione. Per restare al lavoro, l’uomo si è indebitato e ha finito per lavare piatti e occuparsi delle pulizie per più di 75 ore settimanali, senza pause, con il passaporto trattenuto e senza poter lasciare la struttura.
Anche Peter, impiegato nella ristorazione e giunto nel Paese con un visto lavorativo, sarebbe stato costretto a restituire una somma di 5.000 sterline attraverso trattenute sul salario e lavoro non retribuito. Quando il debito risultava estinto, il datore lo avrebbe portato a 15.000 sterline, minacciando di revocargli il visto.
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Il controllo si perde nei livelli più bassi
La ricerca mette in luce una distanza netta tra la sicurezza manifestata dai dirigenti e ciò che le aziende riescono realmente a verificare. L’80% dei vertici ritiene di avere elementi sufficienti per escludere la presenza di schiavitù moderna nelle proprie filiere, ma nel settore alimentare soltanto il 22% dichiara di conoscere completamente i fornitori di terze parti. Quando l’analisi arriva ai livelli successivi, la percentuale scende al 18% per i fornitori di terzo livello e oltre.
Un ulteriore ostacolo riguarda gli obblighi contrattuali: il 39% delle imprese alimentari non impone ai fornitori diretti di comunicare l’identità dei propri subfornitori. Senza questo passaggio, individuare gli abusi diventa molto più difficile. Anche i canali interni mostrano limiti: solo il 36% delle aziende del comparto riesce a misurare l’effettiva efficacia dei propri sistemi di segnalazione.
Harold Pradal, presidente dei servizi di certificazione presso la British Standards Institution, osserva che molte organizzazioni stanno cercando i rischi e riescono a trovarli, ma non sempre sanno dimostrare quali risultati abbiano prodotto le loro iniziative. «La questione non è più soltanto stabilire se le aziende stiano intervenendo, bensì provare che le loro azioni migliorino concretamente la vita dei lavoratori vulnerabili».
Dopo la scoperta, la scelta più difficile
Resta aperto il problema di come reagire quando una violazione viene accertata. Il 54% delle imprese intervistate preferisce non chiudere subito il contratto: documenta il caso e prova a collaborare con il fornitore per correggerlo. Il 31% interrompe immediatamente la relazione commerciale, mentre l’11% ammette di avere adottato una risposta limitata.
Carter avverte che la decisione dovrebbe partire dagli interessi delle vittime e dall’analisi delle cause che hanno reso possibile il danno. Il rapporto con il fornitore può quindi diventare uno strumento di cambiamento, purché l’impresa controlli nel tempo che gli impegni vengano rispettati e inasprisca le misure quando gli abusi continuano.
L’eliminazione dello sfruttamento richiede infine più della conformità formale o di verifiche occasionali. Per le aziende alimentari, la responsabilità si misura nella capacità di rendere visibili i livelli più nascosti della filiera e di impedire che il cibo arrivi ai consumatori al prezzo di coercizione, debiti e privazione della dignità.
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