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Food 2 min di lettura4 giorni fa

Albert Adrià, il verdetto arriva dal tavolo: «Decide il cliente

Lo chef di Enigma riflette sui limiti dell’innovazione, sul futuro della cucina domestica e sul nuovo equilibrio tra cuoco e commensale.

A 56 anni Albert Adrià continua a mettere in discussione il proprio percorso. Dopo la stagione irripetibile di elBulli, costruita insieme al fratello Ferran, lo chef oggi impegnato con Enigma a Barcellona guarda al futuro senza rifugiarsi nei successi passati: il mondo della cucina è cambiato e anche il suo modo di lavorare non è più quello di un tempo.


La creatività deve fare i conti col presente

Adrià riconosce di essersi spostato dalla fase della creazione pura a una cucina più orientata alla “ricreazione”. Non si tratta, nelle sue parole, di rimpiangere il passato, ma di prendere atto di una realtà in cui immagini, tecniche e informazioni circolano in ogni parte del mondo quasi istantaneamente.

In questo scenario, concepire qualcosa di totalmente mai visto diventa molto più difficile. Lo chef, tuttavia, non considera esaurita la spinta innovativa: una nuova trasformazione arriverà, anche se oggi non possediamo ancora gli strumenti per identificarla. La sua riflessione prende così le distanze sia dalla celebrazione automatica della novità sia dai modelli tradizionali della ristorazione.


Il cliente torna al centro

Il passaggio più netto riguarda il rapporto tra chi cucina e chi si siede a tavola. Secondo Adrià, l’alta cucina ha spesso imposto al commensale un’esperienza definita in anticipo dal cuoco, chiedendogli di accettarne linguaggio, tempi e regole.

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La prospettiva proposta dallo chef catalano è opposta: il ristorante deve saper ascoltare la persona che ha davanti e adattarsi alle sue esigenze, invece di pretendere che sia il cliente a conformarsi. Il valore di un locale, quindi, non può dipendere soltanto dal riconoscimento dei critici, dalle stelle o dalle guide.


Una sfida che riguarda tutti

Il giudizio decisivo, nella visione di Adrià, appartiene a chi assaggia. Se il pubblico non approva l’esperienza, il ristorante rischia di perdere la propria ragione d’essere fino alla chiusura: il cliente diventa così il vero arbitro del successo di un’attività gastronomica.

Lo chef collega questa trasformazione anche alle abitudini delle nuove generazioni. Sempre meno giovani, sostiene, saranno portati a cucinare tra le mura domestiche; per questo il cambiamento non riguarda soltanto i professionisti o i locali di alta gamma, ma l’intero rapporto della società con il cibo.

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