Trump e il vantaggio di sapere prima: Wall Street paga l’accesso
Le operazioni finanziarie legate al presidente si intrecciano con decisioni su dazi, tecnologia, Iran e un servizio che anticipa i post di Truth Social.
Intervistato all’inizio di luglio da Cnbc sulle sue dichiarazioni patrimoniali, Donald Trump ha detto di provare dispiacere per i figli: secondo il presidente, il potere della carica fa sì che persino un acquisto banale possa trasformarsi in “inside information”. La frase riassume il nodo politico della vicenda: le decisioni della Casa Bianca possono cambiare i mercati in pochi minuti, mentre la famiglia presidenziale mantiene un’esposizione finanziaria molto ampia.
Truth Social mette in vendita il tempo
Dal 1° agosto 2026 Trump Media, la società che controlla Truth Social e il cui trust collegato al presidente possiede oltre il 40%, commercializza Truth API. Fondi d’investimento e operatori ad alta frequenza possono ricevere i messaggi della piattaforma con un anticipo di alcune frazioni di secondo, pagando tra 60.000 e 100.000 dollari al mese. L’azienda ha comunicato di avere già concluso più di dieci accordi.
La società replica che i contenuti sono pubblici e che fornire dati più rapidamente è una pratica comune nel settore finanziario. Una parte degli esperti legali, tuttavia, contesta questa impostazione: Renée Jones, già dirigente della Sec, ha definito la vendita dell’accesso privilegiato ai messaggi presidenziali una possibile appropriazione indebita di informazioni. Jamie Raskin ha avviato un’indagine e il servizio è già al centro di una causa; spetterà alle autorità e ai giudici stabilire se l’operazione violi la legge.
Il caso dei dazi e degli acquisti
La vicenda più evidente risale all’8 aprile 2025, quando i mercati azionari vivevano una fase di forte turbolenza. Nei quattro giorni precedenti, l’S&P 500 aveva perso migliaia di miliardi di capitalizzazione dopo l’annuncio del cosiddetto “Liberation Day”, il piano tariffario presentato da Trump nel Rose Garden una settimana prima.
Proprio l’8 aprile, dalle disponibilità intestate al presidente risultavano 327 ordini di acquisto: una quantità superiore di oltre cinque volte alla media quotidiana dell’anno. Tra i titoli comparivano Apple, Alphabet, Amazon, Microsoft e Nvidia. Il mattino seguente, alle 9:37, Trump invitava su Truth Social a comprare; alle 13:18 comunicava una pausa di novanta giorni sui dazi. L’indice americano terminava la seduta con un rialzo del 9,5 per cento, tra i più ampi del secondo dopoguerra.
Questi elementi non bastano a configurare un reato di insider trading, e nessuna autorità ha accusato Trump o i suoi familiari di averlo commesso. La Trump Organization sostiene inoltre che il patrimonio sia affidato senza istruzioni alla gestione discrezionale di soggetti finanziari esterni, attraverso sistemi automatizzati che non riceverebbero indicazioni preventive dalla famiglia.
Un portafoglio diventato enorme
I documenti consegnati all’Office of Government Ethics indicano circa 21.000 compravendite di titoli durante il 2025. Il confronto con il primo anno del precedente mandato è netto: nel 2017 le operazioni dichiarate erano state 86. Nei primi tre mesi del 2026, invece, ne risultavano più di 3.500, con un valore complessivo stimato tra 220 e 750 milioni di dollari.
Per il 2025 Trump ha dichiarato entrate intorno ai 2,2 miliardi di dollari, una cifra superiore a quella incassata nell’intero primo mandato. La quota più consistente proverrebbe dagli asset digitali. Una mole così grande di scambi produce inevitabilmente sovrapposizioni temporali, e alcune ricostruzioni hanno descritto il portafoglio come compatibile con una gestione professionale: nel caso Palantir, per esempio, nello stesso trimestre gli acquisti erano accompagnati da vendite di importo maggiore.
Le coincidenze, però, riguardano anche società direttamente interessate dalle politiche federali. Il 6 gennaio 2026 comparivano acquisti di Nvidia e Amd; sette giorni più tardi il Dipartimento del Commercio autorizzava l’esportazione in Cina di alcuni loro chip. Nello stesso periodo veniva aperta una posizione su Palantir, che a febbraio avrebbe ottenuto un contratto da circa un miliardo di dollari con il Dipartimento per la Sicurezza Interna, legato alle espulsioni di massa.
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Il 23 luglio 2025, data della presentazione del piano nazionale sull’intelligenza artificiale, risultavano inoltre sei acquisti, ciascuno compreso tra uno e cinque milioni di dollari, in altrettante grandi aziende tecnologiche. Nessuno di questi episodi costituisce, isolatamente, una dimostrazione di irregolarità.
L’intelligenza artificiale al centro
Il settore tecnologico è particolarmente sensibile perché riunisce due condizioni: l’intervento frequente dell’amministrazione e una presenza rilevante nel portafoglio presidenziale. Nell’agosto 2025 il governo federale è entrato con circa il 10 per cento nel capitale di Intel. Il 25 agosto Trump scriveva di essere soddisfatto della crescita del titolo; quattro giorni dopo risultavano acquisti di obbligazioni Intel tra uno e cinque milioni di dollari.
Nel maggio 2026 Jensen Huang, amministratore delegato di Nvidia, veniva inserito all’ultimo momento nella delegazione presidenziale diretta in Cina, su invito di Trump. In quei giorni si attendevano novità sull’eventuale autorizzazione alla vendita a Pechino dei chip H200. Il presidente, dunque, interviene sulle regole del comparto, decide quali esportazioni siano consentite, incontra i vertici delle aziende e detiene strumenti finanziari collegati alle loro attività.
Tra le partecipazioni figurano anche contractor della difesa come Lockheed Martin, Boeing e Raytheon, oltre a imprese dei semiconduttori e gestori privati di strutture carcerarie. La questione politica non è soltanto la singola transazione, ma il rapporto tra il potere regolatorio della Casa Bianca e la varietà degli asset posseduti dal presidente.
I mercati seguono la guerra
Un secondo insieme di episodi riguarda il conflitto con l’Iran nel 2026. Circa quindici minuti prima di un messaggio pubblicato il 22 marzo, nel quale Trump annunciava una pausa negli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane, sarebbero stati investiti oltre 500 milioni di dollari in futures sul petrolio. Nelle ore successive il greggio avrebbe perso più del 10 per cento.
Il Dipartimento di Giustizia e la Cftc stanno esaminando almeno quattro operazioni analoghe, il cui profitto complessivo sarebbe superiore a 2,6 miliardi di dollari. Dinamiche simili sono state osservate anche su Polymarket: account creati da poco puntavano su un cessate il fuoco con l’Iran poche ore prima dell’annuncio, mentre i messaggi pubblici del presidente sembravano indicare una direzione opposta.
Tra i casi esaminati c’è quello di un militare delle forze speciali, incriminato per avere usato informazioni classificate e guadagnato circa 400.000 dollari scommettendo sul raid contro Maduro. Non è però stato dimostrato che dietro gli account anonimi ci siano persone vicine alla famiglia Trump: potrebbero esserci insider, operatori capaci di interpretare meglio i segnali diplomatici oppure semplici speculatori fortunati.
Il punto centrale resta il valore economico dell’anticipo. Se un’unica persona può annunciare su un social decisioni commerciali o diplomatiche capaci di muovere centinaia di miliardi, sapere quei contenuti prima del pubblico diventa un vantaggio vendibile. In questo sistema l’informazione ufficiale non è soltanto comunicazione istituzionale: può trasformarsi in una merce con un prezzo.
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