Pil, perché le stime Istat crescono col tempo: i numeri da capire
Le nuove elaborazioni sull’economia italiana mostrano rialzi ricorrenti: ecco come funzionano le revisioni e perché il fenomeno solleva interrogativi sul metodo di calcolo.
Il dato sul prodotto interno lordo non è definitivo quando viene pubblicato per la prima volta. Le informazioni necessarie arrivano infatti da fonti diverse e in momenti differenti, così l’Istat aggiorna periodicamente le proprie valutazioni. L’ultima revisione, diffusa il 22 settembre 2026, ha portato la crescita reale del 2025 allo 0,6%, contro lo 0,5% indicato in precedenza, e quella del 2024 all’1,1%, partendo dallo 0,7% iniziale.
La nota firmata da Gianmaria Olmastroni evidenzia però un elemento più ampio: negli ultimi anni le correzioni non si sono limitate a piccoli aggiustamenti tecnici e, salvo l’eccezione del 2020, hanno quasi sempre spinto il Pil verso l’alto.
Il primo dato è spesso prudente
Il Pil misura il valore complessivo di beni e servizi finali realizzati in un Paese durante un determinato periodo. Per calcolarlo si incrociano tre prospettive: la produzione, la domanda — consumi, investimenti ed esportazioni meno importazioni — e la distribuzione del reddito tra lavoratori e imprese.
Questa complessità spiega perché l’Istat riveda i numeri due volte l’anno, a marzo e a settembre. Per il 2025, ad esempio, la prima valutazione è arrivata a marzo 2026, la seconda a settembre dello stesso anno; la quinta, prevista per marzo 2028, sarà quella considerata formalmente definitiva. Anche dopo quella scadenza restano possibili variazioni limitate, mentre gli aggiornamenti quinquennali possono incidere maggiormente.
Il problema, secondo l’analisi, è la direzione ricorrente delle correzioni. Nel periodo 2014-2023 l’incremento medio tra prima e quinta elaborazione è stato di 0,4 punti percentuali; escludendo il biennio segnato dall’uscita dalla crisi sanitaria, il valore scende a 0,2 punti. Il 2024 rappresenta un esempio recente: dal primo 0,7% si è passati all’attuale 1,1%.
Il biennio post-pandemia spicca
Le variazioni più ampie riguardano il 2021 e il 2022. Per il primo anno la crescita reale è salita dal 6,6% provvisorio all’8,3% definitivo; per il secondo è passata dal 3,7% al 4,8%. L’eccezionalità della ripresa dopo la crisi da Covid può aver reso più difficile raccogliere e interpretare tempestivamente le informazioni.
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Tuttavia, l’anomalia non riguarda soltanto quei due esercizi. Il fatto che, con l’unica eccezione del 2020, gli aggiornamenti abbiano seguito quasi sempre una traiettoria positiva fa pensare — secondo la nota — che le procedure utilizzate per le prime stime possano richiedere una revisione.
Metodi nuovi, effetto ancora più ampio
Le revisioni ordinarie non sono l’unico fattore in gioco. Ogni cinque anni l’intera serie storica viene ricalcolata sulla base di cambiamenti metodologici concordati a livello europeo. In questo caso non si incorporano soltanto informazioni nuove: cambiano anche criteri e modalità di misurazione.
Gli ultimi interventi di questo tipo risalgono a settembre 2019 e settembre 2024. Anche l’aggiornamento di settembre 2026 ha però recepito due modifiche richieste da Eurostat, con effetti sui dati dal 2010: una riguarda l’energia elettrica prodotta dalle famiglie attraverso fonti rinnovabili, l’altra le operazioni di soggetti non residenti tenuti a pagare l’Iva. Le novità erano pensate soprattutto per il reddito nazionale lordo, ma hanno inciso anche sul Pil.
Considerando insieme correzioni ordinarie e cambiamenti di metodo, l’aumento medio tra prima stima e ultimo dato disponibile per il periodo 2014-2023 raggiunge 0,6 punti percentuali. Senza il 2021 e il 2022 si attesta a 0,3 punti. Il 2021 arriva così al 9,2%, dal 6,6% iniziale, mentre il 2022 sale al 4,9%, rispetto al 3,7% della prima rilevazione.
Il contributo maggiore continua comunque a venire dagli aggiornamenti ordinari. Anche le modifiche metodologiche, però, hanno prodotto nella maggior parte dei casi rialzi, confermando il tema centrale dell’analisi: la prima fotografia della crescita italiana appare spesso più debole di quella restituita dalle elaborazioni successive.
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