Petrolio sopra 100 dollari: perché lo spread fa tremare i mercati
L'impennata del greggio riaccende i timori sull'inflazione e sui debiti pubblici: Milano cede il 2,2%, mentre il differenziale Btp-Bund sale a 118,5 punti
Il ritorno del Brent oltre quota 100 dollari ha riacceso la paura sui mercati finanziari. L'energia più cara alimenta i timori di una nuova pressione sull'inflazione, proprio mentre gli investitori guardano con crescente preoccupazione alla sostenibilità dei debiti pubblici e ipotizzano ulteriori strette sui tassi da parte della Federal Reserve e della Banca centrale europea.
Il petrolio riaccende l’allarme inflazione
Il greggio del Mare del Nord ha superato nuovamente i 100 dollari al barile, arrivando oltre 101 con un progresso superiore al 3%. A pesare è soprattutto l'assenza di segnali concreti su una possibile soluzione della crisi in Medio Oriente, fattore che mantiene elevata l'incertezza sulle forniture e sulle prospettive dei prezzi energetici.
L'eventuale trasferimento di questi rincari all'inflazione potrebbe spingere Fed e Bce a mantenere una linea più severa sui tassi. Le aspettative di nuove mosse restrittive hanno avuto effetti immediati sul mercato obbligazionario, dove gli operatori hanno ridotto l'esposizione ai titoli di Stato e fatto salire i rendimenti.
Btp sotto pressione, Bund rifugio
In Italia il rendimento del Btp decennale è salito al 4,69%, ancora sui livelli più elevati dalla fine del 2023. In una sola seduta l'aumento è stato di 7,8 punti base. Il differenziale con il Bund tedesco si è ampliato fino a 118,5 punti, mentre il titolo di Berlino ha beneficiato degli acquisti: il suo rendimento è sceso al 3,5%, confermando il ruolo di bene rifugio.
La tensione ha riguardato anche la Francia, dove l'Oat ha raggiunto il 4,91%, dopo la presentazione della manovra finanziaria del governo. Il balzo dei rendimenti riflette i dubbi sulla capacità di Parigi, così come di altri Paesi fortemente indebitati, di mantenere sotto controllo i conti pubblici. A Londra il titolo trentennale britannico ha oltrepassato il 6% per la prima volta dal 1998, mentre il decennale statunitense è rimasto sopra il 5,2%, dopo aver toccato i massimi dal 2002; quello britannico si è attestato al 5,3%. Gli analisti ritengono possibile che anche il Treasury decennale possa avvicinarsi al 6%.
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Borse europee in forte ribasso
La maggiore pressione si è vista a Piazza Affari, penalizzata anche dal peso dei titoli bancari: l'indice milanese ha chiuso in calo del 2,2%. Madrid ha perso il 2,17%, Londra l'1,68%, Parigi l'1,62% e Francoforte l'1,03%.
A Wall Street gli indici hanno limitato le perdite, ma il buon andamento iniziale dei titoli tecnologici non è bastato a sostenere il Nasdaq. L'indice manifatturiero Ism è infatti sceso più delle attese, mentre l'attenzione degli investitori è già rivolta ai dati sul mercato del lavoro statunitense, attesi venerdì.
Le indicazioni positive di Micron Technology non hanno invertito la tendenza negli Stati Uniti. In Europa, invece, hanno sostenuto alcune società produttrici di semiconduttori, tra cui Stm, che ha viaggiato in controtendenza rispetto ai principali listini.
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