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Economia 2 min di lettura1 ora fa

Pensione anticipata, la svolta sui recuperi: cosa cambia per chi lavora

La Cassazione limita le somme richieste dall’Inps a chi ha lavorato durante Quota 100: non più l’intero assegno annuale, ma il solo reddito incompatibile

Chi ha ricevuto dall’Inps una richiesta di restituzione per aver lavorato durante Quota 100 può utilizzare la nuova sentenza della Cassazione per contestare l’importo. La decisione, tuttavia, non produce automaticamente un rimborso per tutti gli interessati: ogni posizione dovrà essere verificata separatamente.

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Il recupero non può superare il guadagno

Il principio fissato dai giudici è semplice: se l’attività svolta non poteva essere sommata alla pensione, l’istituto può recuperare il reddito prodotto, non l’intero assegno percepito nell’anno. Con una pensione annua di 25 mila euro e un guadagno incompatibile pari a mille euro, quindi, la somma richiesta dovrebbe fermarsi a mille euro.

La controversia esaminata dalla Suprema Corte tornerà ora davanti alla Corte d’appello di Bari. I giudici dovranno ricalcolare il debito del pensionato, sostituendo alla restituzione dell’intera pensione del 2020 il solo importo ottenuto attraverso le collaborazioni.


Una svolta per richieste molto pesanti

Negli ultimi anni non sono mancati casi in cui piccoli compensi hanno prodotto richieste enormemente superiori. Il cuoco Rosario La Rosa, dopo due giornate di lavoro e 111 euro netti incassati, si era visto chiedere 28.295 euro; Florio Imparato, per cinque serate da dj e 144 euro netti, aveva ricevuto una richiesta di 23.146 euro.

Un ex dirigente toscano era stato invece coinvolto dopo aver aiutato un familiare nella raccolta delle olive, ricevendo in cambio soltanto alcuni litri d’olio. In quel caso l’Inps aveva quantificato la restituzione in 66.349 euro, secondo i casi riportati da Repubblica.


Quando il divieto resta applicabile

La pronuncia non elimina le incompatibilità previste per chi aveva scelto Quota 100. La misura permetteva l’uscita dal lavoro con 62 anni di età e 38 anni di contributi, maturati tra il 2019 e il 2021, ma impediva di affiancare alla pensione determinati redditi da lavoro fino al raggiungimento dei requisiti per la pensione di vecchiaia.

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L’eccezione riguarda il lavoro autonomo occasionale entro 5 mila euro lordi all’anno. La soglia, però, non vale per ogni forma di attività: non mette al riparo chi svolge un impiego dipendente o una collaborazione coordinata e continuativa. Proprio su questo punto la Cassazione ha confermato la posizione dell’Inps nel caso esaminato.


La Cassazione cambia interpretazione

Il pensionato aveva svolto nel 2020 alcune collaborazioni, con compensi inferiori a 5 mila euro. Per l’Inps non si trattava di prestazioni occasionali, perché gli accordi indicavano continuità, pagamento in base alle ore, obiettivi minimi e incontri con i responsabili della società. Tribunale e Corte d’appello di Bari avevano accolto questa ricostruzione.

La novità riguarda invece la sanzione economica. Nel 2024 la Cassazione aveva ritenuto legittimo il recupero degli assegni per l’intero anno, ma ora ha rivisto quell’impostazione, anche considerando un successivo intervento della Consulta sui criteri di ragionevolezza e proporzionalità.

Secondo la sentenza n. 26864, pubblicata il 14 ottobre, il divieto di cumulo non contiene una regola esplicita che imponga la cancellazione di dodici mesi di pensione. Una conseguenza «dirompente e marcatamente sanzionatoria», osservano i giudici, avrebbe avuto bisogno di «un esplicito fondamento testuale».

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