Pasta, il conto si sgonfia: dove costa meno e dove di più
Dopo i rincari legati alla guerra in Ucraina, il prezzo medio nazionale è diminuito del 23,7% in due anni, ma resta una forte distanza tra le città.
In Sicilia, Calabria e Campania si trovano i prezzi medi più contenuti, mentre Marche, Friuli e Veneto presentano i livelli più elevati. Furio Truzzi, presidente del comitato scientifico del Crc, collega questo divario alle abitudini alimentari: nelle regioni meridionali, dove la pasta costa meno, il consumo pro capite è maggiore e quasi il 70% degli abitanti la mangia ogni giorno.
GioiaPura
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Le città dividono il carrello
L’ultima rilevazione dell’Osservatorio Mimit conferma una distanza significativa tra i diversi territori. Udine guida la graduatoria dei prezzi più alti, con una media di 1,91 euro per un chilo, davanti a Pescara, a 1,89 euro, e Cagliari, dove si arriva a 1,88 euro.
Sul versante opposto c’è Siracusa, provincia con il valore più basso: spaghetti e penne costano mediamente 1,10 euro al chilo. Seguono Palermo, con 1,13 euro, e Messina, ferma a 1,19 euro.
Il calo cancella parte dei rincari
Nel complesso, il prezzo medio della pasta si è ridotto del 23,7% nell’arco di due anni, fino a raggiungere 1,59 euro al chilogrammo. La diminuzione arriva dopo l’impennata cominciata nel 2022, in concomitanza con lo scoppio della guerra in Ucraina.
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A ricostruire l’andamento è stato il Centro di formazione e ricerca sui consumi, in collaborazione con Assoutenti, utilizzando le rilevazioni di Istat e Mimit sui prezzi al dettaglio nelle città italiane. Il dato è stato diffuso alla vigilia della Giornata mondiale della pasta.
Dal picco del 2023 ai nuovi ribassi
Il momento più caro è stato raggiunto nel 2023, quando un chilo di pasta di semola di grano duro costava mediamente 2,13 euro e in alcuni casi arrivava a 2,40 euro. Da allora la tendenza si è invertita, anche se con velocità diverse a seconda delle aree del Paese.
Nel dicembre 2025 una confezione da un chilo aveva un prezzo medio nazionale di 1,63 euro. I dati Istat indicano poi un’ulteriore flessione del 2,3% tra gennaio e settembre, confermando la prosecuzione del ridimensionamento dei listini anche nel 2026.
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