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Economia 5 min di lettura1 ora fa

El Niño, il conto è globale: 7.200 miliardi in cinque anni

Il fenomeno climatico atteso tra il 2026 e il 2027 potrebbe spingere cibo e inflazione, con effetti molto diversi tra Paesi esportatori e importatori

Il prossimo El Niño potrebbe trasformarsi in uno dei più pesanti shock climatici ed economici degli ultimi decenni. Le prime stime parlano di perdite dirette per circa 1.000 miliardi di dollari e di un impatto complessivo fino a 7.200 miliardi nell’arco di cinque anni, mentre il prodotto interno lordo mondiale rischia di risultare inferiore dello 0,8% rispetto a uno scenario senza il fenomeno.

Il picco meteorologico è atteso tra dicembre e gennaio, ma le conseguenze sui raccolti, sui trasporti e sui prezzi potrebbero diventare evidenti soprattutto tra la primavera e l’estate del 2027. A rendere più delicata la situazione è il fatto che il mondo si trova già in una fase di temperature elevate, capaci di amplificare gli effetti di un evento naturale che, di per sé, non coincide con il cambiamento climatico.

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Un episodio da record in arrivo

El Niño nasce da un’anomalia termica nelle acque del Pacifico equatoriale, tra le coste di Perù ed Ecuador e l’area indonesiana. Quando gli alisei perdono forza, l’acqua calda si sposta verso il centro e la parte orientale dell’oceano: il risultato è una modifica delle piogge e dei venti su vaste aree del pianeta.

Per la stagione 2026-2027, la Noaa indica all’83% la possibilità che venga raggiunta un’intensità mai osservata dall’inizio delle rilevazioni affidabili, nel 1950. L’Organizzazione meteorologica mondiale considera inoltre quasi certa la permanenza del fenomeno fino a febbraio, una previsione senza precedenti negli ultimi cinquant’anni. In Australia è già comparso il soprannome “Godzilla”, scelto per descriverne la potenza attesa.


Raccolti e commerci già sotto pressione

La distribuzione geografica degli eventi estremi dovrebbe restare simile a quella degli episodi precedenti: siccità in India, Indonesia, Australia, Sud-Est asiatico, Africa australe e America centrale; precipitazioni intense in Africa orientale, Perù, Ecuador e nella parte meridionale del Sudamerica. La differenza, questa volta, potrebbe essere la forza con cui tali fenomeni si presenteranno.

In India il monsone ha già portato il 15% di pioggia in meno rispetto alla media, il dato più basso dal 2009. La produzione di riso è stimata in calo da 154 a 147 milioni di tonnellate. Un’eventuale restrizione alle esportazioni da parte di Nuova Delhi, che rappresenta oltre il 40% delle vendite mondiali, avrebbe ripercussioni soprattutto sui Paesi asiatici e africani che dipendono dalle importazioni.

Anche il Perù mostra segnali critici. La prima stagione dell’acciuga, materia prima per farina e olio destinati all’acquacoltura e agli allevamenti, si è fermata a circa 450 mila tonnellate, pari a un quarto della quota autorizzata; la seconda stagione è stata annullata. A Panama, invece, la scarsità di precipitazioni ha ridotto il livello del lago Gatún, dal quale dipende il funzionamento delle chiuse del canale: i transiti sono diminuiti su una rotta che gestisce circa il 5% del commercio marittimo mondiale.


Il rincaro arriverà nel 2027

Le proiezioni del sistema di osservazione dei mercati agricoli del G20 indicano una possibile contrazione della produzione globale di grano del 3,3%, del riso del 2,4% e del mais dell’1,3%. La soia sarebbe l’unica tra le principali colture considerate a registrare una crescita.

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Secondo l’Ocse, il punto massimo dei prezzi alimentari potrebbe essere raggiunto nel secondo trimestre del 2027, con un livello medio superiore dell’11% rispetto a quello dell’estate precedente. Un’analisi del Fondo monetario internazionale stima inoltre che un El Niño intenso possa far aumentare del 5,5% in dodici mesi le materie prime non energetiche e aggiungere fino a un punto all’inflazione, con effetti ancora più marcati nei Paesi dove il cibo incide maggiormente sulla spesa familiare.

Le autorità monetarie hanno già iniziato a muoversi. La banca centrale delle Filippine ha incrementato i tassi di mezzo punto, portandoli al 5,5%, proprio in vista della pressione sui prodotti agricoli. Nello stesso momento ha rivisto dal 5,4% al 6% la previsione sull’inflazione del 2027. Negli Stati Uniti, una ricerca della Federal Reserve di San Francisco calcola che un episodio particolarmente severo potrebbe aggiungere circa un punto al livello dei prezzi al consumo entro la fine dell’anno successivo.


Chi rischia di pagare di più

L’impatto non sarà uniforme. Le economie che importano gran parte degli alimenti e dispongono di riserve limitate potrebbero subire il colpo maggiore; tra i Paesi indicati figurano Indonesia, Brasile e Colombia. In Ghana, Zambia, Uganda e Tanzania le risorse disponibili per finanziare le importazioni coprono meno di quattro mesi.

Alcuni Stati, però, potrebbero beneficiare di condizioni più favorevoli. L’analisi degli episodi passati condotta dal Fondo monetario internazionale mostra una tendenza alla crescita per Stati Uniti, Canada, Messico e Argentina durante gli anni segnati da El Niño, grazie a inverni meno rigidi e raccolti più produttivi.

Anche l’Europa potrebbe ottenere un vantaggio sul fronte energetico se la prima parte della stagione invernale fosse mite. Gli stoccaggi di gas sono intorno al 75%, undici punti in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente: temperature più alte ridurrebbero consumi e bollette, anche se la seconda metà dell’inverno potrebbe essere più fredda. Un eventuale risparmio sull’energia, tuttavia, non compenserebbe automaticamente l’aumento dei prezzi nel carrello della spesa.


Aiuti ancora insufficienti

Il divario tra la dimensione del rischio e le risorse mobilitate resta ampio. Finora il fondo delle Nazioni Unite per le emergenze ha destinato 100 milioni di dollari agli interventi, una cifra ridotta rispetto alle possibili perdite economiche e alle conseguenze su decine di milioni di persone esposte a siccità, alluvioni e interruzioni dei commerci.

La vera ricaduta di El Niño, quindi, non si misurerà soltanto nei giorni di maltempo. Il fenomeno potrebbe propagarsi dai campi ai mercati, dalle rotte marittime alle decisioni delle banche centrali, rendendo più costosi gli alimenti proprio quando molti Paesi hanno meno margini finanziari per affrontare l’emergenza.

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