Data center, la finanza frena: perché i conti dell’IA fanno paura
La corsa all’infrastruttura dell’intelligenza artificiale continua, ma tra Ipo rinviate, debiti enormi e progetti in ritardo gli investitori chiedono più chiarezza sui ritorni.
Le grandi promesse dell’intelligenza artificiale oggi passano da capannoni, cavi e consumi altissimi. Ed è proprio su questo lato molto materiale del business che il mercato sta iniziando a mostrare più prudenza: non sulla narrativa dell’IA in sé, ma sul prezzo da pagare per renderla operativa.
SB Energy, sostenuta da SoftBank, OpenAI e Nvidia, ha rallentato il percorso verso la Borsa dopo aver puntato a una valutazione intorno ai 50 miliardi di dollari. Anche Holtec International ha scelto di rinviare la propria Ipo, citando l’incertezza legata allo sviluppo dei data center. Il segnale, più che una bocciatura dell’intero settore, è un invito a guardare con più attenzione a costi, tempi e ricavi futuri.
Il mercato chiede più certezze
Nel caso di SB Energy, il punto critico è anche simbolico: la società non ha ancora attivato un singolo data center, ma prevede già 174 miliardi di dollari di investimenti per portare avanti i progetti necessari a onorare i contratti in portafoglio. L’interesse degli investitori, però, non è bastato alle condizioni attese e l’operazione è stata di fatto congelata.
Pochi giorni prima si era fermata pure Holtec International, che mirava a raccogliere fino a 900 milioni di dollari. In altre parole, la finanza non sta abbandonando l’intelligenza artificiale, ma sembra voler distinguere con più rigore tra la scommessa tecnologica e la sua infrastruttura, molto più costosa e meno immediata da monetizzare.
Debiti enormi e ritorni ancora poco leggibili
La cautela si vede anche sul fronte obbligazionario. Reuters riferisce che gli hyperscaler stanno valutando con attenzione l’entità e la variabilità dei prestiti necessari per finanziare data center, chip e reti di supporto. Colby Stilson, di Brown Advisory, ha spiegato a Reuters: «Dobbiamo essere molto convinti dell’investimento sia per via dell’offerta in arrivo, sia per la scarsa visibilità sui relativi rendimenti».
Goldman Sachs stima che il debito lordo emesso dagli hyperscaler possa raggiungere 420 miliardi di dollari nel 2027, con un aumento del 60 per cento rispetto alle stime per il 2026. I numeri non indicano un disimpegno, ma mostrano che chi finanzia queste opere vuole vedere meglio dove e quando arriveranno i ritorni.
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Il caso Oracle e i ritardi sul campo
Un altro esempio arriva da Project Jupiter, il grande data center che Oracle sta costruendo in New Mexico per OpenAI. I circa 18 miliardi di dollari di prestiti collegati all’opera vengono trattati sul mercato a 89-91 centesimi per dollaro, segno che l’operazione non viene percepita come priva di rischi.
A pesare sono anche i tempi: Oracle è in ritardo di almeno sette mesi sulla tabella di marcia, tra opposizioni locali e procedure amministrative complesse. Le banche che hanno finanziato il progetto, a loro volta, stanno incontrando difficoltà nel cedere quel debito ad altri investitori.
L’IA corre ancora, ma sotto osservazione
Nel frattempo i mercati azionari legati alla tecnologia restano forti. Nelle stesse ore in cui SB Energy rallentava la quotazione, il Nasdaq guadagnava il 2,8 per cento e Meta saliva dell’11,4 per cento grazie al nuovo assistente di intelligenza artificiale Muse. Anche i semiconduttori hanno ripreso slancio.
È un quadro che conferma la vitalità della scommessa sull’IA, ma anche la nascita di una selezione più severa su ciò che serve a sostenerla. I data center richiedono esborsi pesanti prima ancora di entrare in funzione e si basano spesso sul debito. Intanto la costruzione di queste strutture è diventata un tema politico, soprattutto negli Stati Uniti: in Texas, per esempio, il governatore Greg Abbott ha bloccato i nuovi permessi statali in attesa di un audit sull’impatto sulla rete.
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