Crescita globale al 3,1%, ma l’Italia resta indietro: cosa preoccupa
Il Fondo monetario rivede al rialzo le stime per il mondo e per Roma, ma segnala inflazione, debito e rischi crescenti per la congiuntura.
L’economia mondiale si mostra più solida del previsto, ma il margine di sicurezza si restringe. Il Fondo monetario internazionale ha portato dal 3% al 3,1% la previsione di crescita per quest’anno, mentre l’Italia salirà dallo 0,5% allo 0,8%: un progresso che non basta a colmare il divario con il resto dell’Europa. Nel 2027, infatti, il Pil italiano dovrebbe aumentare appena dello 0,6%.
L’inflazione torna al centro dei rischi
Il nuovo rapporto sulle prospettive dell’economia mondiale, presentato a Bangkok, descrive una congiuntura capace di assorbire guerre, caro-energia e tensioni commerciali meglio delle attese. Silvana Tenreyro, da poco nominata economista capo dell’istituzione, avverte tuttavia che la tenuta dell’attività è esposta soprattutto a rischi verso il basso.
A sostenere la crescita agiscono due spinte opposte. Da una parte, l’aumento del prezzo dell’energia e delle materie prime riduce l’offerta disponibile; dall’altra, gli investimenti legati all’intelligenza artificiale alimentano la domanda. Secondo Tenreyro, entrambe le dinamiche contribuiscono però a mantenere elevate le pressioni sui prezzi, rendendo più complesso il compito delle banche centrali.
Nell’area euro l’inflazione dovrebbe arrivare al 3,1% nel 2026, per poi scendere al 2,8% l’anno successivo. Tra le cause indicate dal Fondo figurano la domanda sostenuta dalla spesa pubblica e dalla tecnologia, il rincaro dell’energia e il maggiore rendimento richiesto dagli investitori sui titoli di Stato.
Italia lenta, Germania in ripresa
La revisione positiva per Roma riguarda soltanto il 2026 e non modifica il quadro di fondo. Dopo lo 0,8% atteso quest’anno, la crescita italiana dovrebbe rallentare allo 0,6% nel 2027, rimanendo sotto la media dell’eurozona, stimata all’1,1% nel 2026 e all’1,2% nel 2027.
Anche il mercato del lavoro offre indicazioni contrastanti. La disoccupazione dovrebbe passare dal 6,1% del 2025 al 5,6% quest’anno, ma risalire al 5,8% nel 2027. L’inflazione, invece, salirebbe dall’1,6% del 2025 al 3,3% nel 2026, prima di una riduzione al 2,8%.
La Germania rappresenta il principale elemento di sostegno all’interno dell’area euro. Dopo un incremento limitato allo 0,2% nel 2025, Berlino dovrebbe registrare una crescita dell’1,3% nel 2026 e dell’1,1% nel 2027, con una revisione particolarmente ampia rispetto alle stime precedenti.
La Francia resta invece il punto più debole tra le quattro maggiori economie dell’area. Il suo Pil è previsto in aumento soltanto dello 0,4% quest’anno e dello 0,7% il prossimo, con un taglio di due decimali rispetto alle valutazioni di luglio per entrambi gli anni. Parigi deve inoltre intervenire sui conti pubblici. La Spagna mantiene un passo diverso: crescerà del 2,5% nel 2026 e dell’1,8% nel 2027, anche se la solidità economica non ha risolto le difficoltà politiche interne.
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America avanti, Cina in frenata
Il confronto tra le principali economie conferma il vantaggio degli Stati Uniti. Washington dovrebbe crescere del 2,3% sia quest’anno sia nel 2027, sostenuta dai consumi, dalla spesa pubblica, da condizioni finanziarie ancora favorevoli e dagli investimenti tecnologici. L’esposizione diretta alla crisi mediorientale è inoltre più contenuta grazie al ruolo degli Stati Uniti come esportatori netti di energia.
La Cina, pur restando uno dei motori della crescita asiatica insieme all’India, rallenterà dal 4,5% del 2026 al 4% del 2027. A pesare sono soprattutto la debolezza dei consumi interni, la difficoltà degli investimenti e una crisi immobiliare non ancora superata. Le esportazioni continuano a offrire sostegno, ma non compensano del tutto la domanda nazionale fiacca.
L’Europa, al contrario, risente del costo dell’energia, della fiducia ridotta delle famiglie e della partecipazione più limitata alla fase di investimenti nell’intelligenza artificiale. A questo si aggiunge la necessità di mantenere sotto controllo bilanci pubblici già sottoposti a forte pressione.
Debito e tassi, la scelta difficile
Per riportare l’inflazione verso l’obiettivo, il Fondo ritiene che in linea generale la politica monetaria debba diventare più severa. Tenreyro ha però sottolineato che una stretta sui tassi, in presenza di un rincaro dell’energia, finirebbe per comprimere ulteriormente la domanda e aggravare il rallentamento prodotto dalla crisi dell’offerta.
Resta poi il nodo della finanza pubblica, particolarmente delicato per i Paesi con debiti elevati. «Gli Stati con disavanzi e debiti alti devono iniziare un percorso di risanamento, così da riportare entrambi su una traiettoria discendente», ha affermato Tenreyro.
L’aumento degli interessi sul debito può sottrarre risorse alla spesa essenziale e ridurre la capacità dei governi di reagire a nuove emergenze. L’avvertimento riguarda anche l’Italia, chiamata a sfruttare la revisione positiva della crescita senza perdere di vista la sostenibilità dei conti.
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