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Economia 2 min di lettura1 ora fa

Aghion: la crescita conta, ma non dice come si vive

Per il Nobel francese il vero indicatore del benessere è la possibilità di migliorare la propria condizione, senza lasciare spazio alla povertà e ai privilegi chiusi.

La qualità della vita non può essere ridotta a una cifra economica. È questo il punto da cui Philippe Aghion, economista francese insignito del Nobel, ha analizzato i limiti del prodotto interno lordo in un intervento video trasmesso al Festival nazionale dell’Economia civile.


La mobilità vale più delle ricchezze

Secondo Aghion, la presenza di persone molto facoltose non rappresenta di per sé un problema. La priorità, ha spiegato, è evitare che esistano condizioni di povertà e impedire che l’origine sociale determini in modo permanente il futuro degli individui.

«Mi indigna la povertà, insieme all’assenza di mobilità sociale», ha affermato l’economista. A suo giudizio, la scarsa possibilità di migliorare la propria posizione tende a intrecciarsi con livelli elevati di disuguaglianza, rendendo più difficile l’emersione di nuovi talenti.


Il Pil resta uno strumento utile

Aghion ha invitato comunque a non considerare il Pil privo di valore. Le risorse economiche possono sostenere servizi migliori e contribuire al benessere, anche se non registrano ogni progresso della società. «Il Pil non è un fine in sé», ha detto, perché l’obiettivo dovrebbe essere l’aumento della qualità della vita.

Tra gli esempi citati c’è l’evoluzione delle cure contro alcuni tumori: in certi casi si è passati da interventi chirurgici sistematici all’uso di farmaci, con un miglioramento rilevante che però non viene riflesso direttamente nei dati sulla produzione. In Francia, secondo l’economista, una crescita aggiuntiva dello 0,5% permetterebbe comunque di finanziare un sistema sanitario più efficace o la flexsecurity, modello costoso che richiede adeguate coperture.


Quando la ricchezza diventa una barriera

L’economista ha poi distinto tra rendite capaci di produrre benefici e rendite dannose. Chi innova, ha osservato, deve poter accumulare ricchezza come riconoscimento del proprio contributo; il problema nasce quando il patrimonio viene usato per bloccare la concorrenza e chiudere l’accesso a chi arriva dopo.

Il riferimento è ai sistemi in cui imprese già consolidate si alleano con il potere politico per difendere la propria posizione e ostacolare l’ingresso di nuove realtà. In questo scenario, la ricchezza non favorisce più l’innovazione, ma diventa uno strumento per conservare privilegi e ridurre la mobilità sociale.

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