Zantaforni accusa: «Così si indebolisce la scuola pubblica
Il docente veneto difende la mobilitazione contro il decreto Valditara e denuncia rischi per inclusione, pensiero critico e diritto allo studio
Per Giorgio Peloso Zantaforni la risposta alla crisi della scuola pubblica non passa da nuovi divieti, ma da investimenti concreti. Il docente di lettere di San Donà di Piave chiede più mediatori culturali, strutture adeguate e stipendi migliori per gli insegnanti, il cui salario base parte da 1600 euro mensili con progressioni legate a scatti di anzianità ogni 8 anni.
A suo giudizio, anche chi lavora negli istituti deve assumersi la responsabilità di intervenire nel dibattito pubblico. Zantaforni richiama lo spirito della rivista antifascista «Non Mollare», fondata dai fratelli Rosselli, come esempio di una presa di posizione senza timori.
Più risorse, meno propaganda
Il professore riconosce che le difficoltà economiche della scuola non appartengono a una sola stagione politica: i ridimensionamenti, sostiene, sono stati decisi da governi di diverso orientamento. Tuttavia, ricorda che negli ultimi anni la destra ha guidato il Paese più a lungo e attribuisce particolare rilievo alle conseguenze delle politiche associate a Gelmini e Valditara.
Tra i dati citati indica 800 milioni di euro di riduzioni e 2mila docenti in meno nell’arco di 3 anni, collegando queste scelte all’azione del governo Meloni. Per il docente, le risorse dovrebbero essere destinate alla presenza di figure di supporto, agli edifici scolastici e alla valorizzazione economica del personale, non a provvedimenti concepiti soprattutto in chiave elettorale.
Il nodo politico della scuola
La mobilitazione nazionale nasce, secondo Zantaforni, dalla necessità di difendere il ruolo dell’istruzione pubblica come spazio comune tra generazioni e classi sociali. La considera un presidio decisivo per l’uguaglianza e la partecipazione democratica, oltre che il luogo in cui si formano autonomia di giudizio e coscienza critica.
Nella sua lettura, chi punta a consolidare una propria influenza culturale deve rivolgersi anche al sistema scolastico. Il docente inserisce questa dinamica in un quadro più ampio, nel quale rientrerebbero anche gli interventi su Rai, enti lirici e cinema, già sottoposti da tempo a pressioni politiche.
Cosa contesta al decreto
Sul piano dei contenuti, Zantaforni critica anzitutto il limite fissato per la presenza di alunni stranieri, che considera inefficace. Giudica inoltre privo di utilità il divieto relativo a burqa e niqab: insegnando in Veneto e avendo visitato centinaia di istituti, compresi quelli tecnici, afferma di non aver mai incontrato una studentessa che indossasse il burqa a scuola.
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Il professore teme soprattutto le ricadute del vincolo sul velo. Legare la permanenza tra i banchi alla rimozione di un indumento, spiega, potrebbe spingere alcune famiglie a ritirare le figlie dall’istruzione, soprattutto in contesti culturali particolari. Il rischio indicato è un aggravamento della dispersione scolastica e dell’isolamento sociale.
La protesta dopo il caso Daneo
Il caso della scuola genovese Daneo ha dato ulteriore visibilità alla contestazione. Lo striscione «Qui nessuno è straniero», rimosso e poi nuovamente esposto, è diventato uno dei molti messaggi comparsi davanti agli istituti italiani. Per Zantaforni quelle parole invitano a uscire dalla neutralità e a prendere posizione contro un decreto che definisce «pura propaganda elettorale».
La rimozione effettuata dalla Digos, chiarisce il docente, non sarebbe stata il risultato di una direttiva proveniente dai vertici: l’episodio sarebbe nato da un errore o da un fraintendimento. Nonostante ciò, sostiene, l’accaduto ha assunto un valore simbolico perché mostra il clima di controllo che percepisce nelle scuole, dove perfino un cartello realizzato da bambini può trasformarsi in motivo di tensione.
Inclusione contro la cautela
Il nuovo striscione comparso davanti all’istituto genovese recita «La scuola che esclude è incostituzionale». Zantaforni interpreta quella frase come la sintesi della battaglia in corso: difendere un modello aperto e impedire che l’istruzione venga guidata da una «pedagogia della cautela» imposta dalla politica.
Nel suo ragionamento, il principio di una scuola appartenente a tutti dovrebbe prevalere sulle misure d’urgenza nate da una competizione elettorale sempre più spostata a destra. Anche la discussione sugli asterischi utilizzati nello striscione, aggiunge, rientrerebbe in una polemica tipica dell’area conservatrice.
Il docente accosta il caso alla vicenda del liceo Da Vinci di Firenze: nel 2023 la dirigente diffuse una circolare per proporre una riflessione sulle origini del fascismo, dopo un’aggressione di matrice neofascista avvenuta a scuola. In quell’occasione, ricorda, il ministro criticò l’iniziativa senza soffermarsi sull’aggressione che l’aveva preceduta.
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