Regeni, Tajani non arretra: «Vogliamo i nomi degli assassini
Dopo la condanna di tre agenti egiziani, le difese preparano l’impugnazione mentre il procedimento rischia nuovi rinvii e il nodo della prescrizione.
Antonio Tajani respinge le critiche ricevute dopo le sue parole sulla sentenza relativa al caso Regeni. Il ministro degli Esteri ha spiegato di essersi limitato a descrivere gli effetti della decisione e, a margine di un evento, ha ribadito: «Proprio perché è una sentenza limitata, perché non ci dice chi sono gli assassini di Regeni, noi vogliamo che si faccia piena luce su questo».
Secondo Tajani, l’Italia non ha mai interrotto il confronto con le autorità egiziane e continuerà a chiedere l’accertamento della verità. Il ministro ha inoltre sostenuto che il lavoro diplomatico sia più utile del clamore pubblico, assicurando che il governo «non copre nulla» e non ha rinunciato a individuare i responsabili dell’omicidio.
Il risarcimento resta ancora da ottenere
Tra gli aspetti ancora aperti ci sono anche le provvisionali stabilite al termine del processo. Per quella di 150 mila euro riconosciuta alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, costituita parte civile, dovrà muoversi l’Avvocatura dello Stato, valutando una richiesta alle autorità egiziane per tentare di incassare la somma.
Nel frattempo, la Procura di Roma aspetterà il testo completo della decisione prima di stabilire se presentare a sua volta impugnazione. Le motivazioni della sentenza sono attese entro 90 giorni, con una possibile pubblicazione tra la fine di dicembre e l’inizio di gennaio.
Le difese puntano sulla riforma Cartabia
I legali dei tre imputati condannati intendono rivolgersi alla Corte d’Appello. La loro strategia potrebbe comprendere una nuova richiesta di intervento della Corte costituzionale sulle disposizioni della riforma Cartabia relative agli imputati assenti.
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Il punto contestato riguarda la necessità di una procura speciale sottoscritta personalmente dall’imputato perché il difensore possa ricorrere. Per gli avvocati d’ufficio, una simile condizione potrebbe comprimere il diritto alla difesa, soprattutto quando la persona sottoposta a processo non compare davanti ai giudici.
Tre condanne, un’assoluzione e tempi incerti
La sentenza della Corte d’Assise di Roma ha riconosciuto dieci anni di reclusione per sequestro di persona a Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed. Tariq Sabir, quarto imputato, è stato invece assolto.
L’eventuale questione di costituzionalità potrebbe allungare ulteriormente il percorso giudiziario: secondo le informazioni disponibili, l’udienza d’appello potrebbe essere fissata non prima di due anni. Sul procedimento pesa anche la prescrizione, considerato che per il sequestro di persona il termine previsto è di dodici anni dalla commissione dei fatti contestati.
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