Ustica, l’ultima pista si arena: perché la strage resta senza colpevoli
La Procura di Roma ha chiesto di chiudere l’ultima inchiesta, mentre una sentenza civile ha riconosciuto il missile come causa della caduta del Dc9.
A 46 anni dalla caduta del Dc9 Itavia, la verità giudiziaria sulla strage di Ustica resta incompleta. L’aereo, decollato da Bologna e diretto a Palermo, precipitò la sera del 27 giugno 1980 con 81 persone a bordo: i responsabili non sono mai stati individuati.
L’ultima indagine rischia di chiudersi
Lo scorso marzo la Procura di Roma ha chiesto al giudice per le indagini preliminari di archiviare l’ultimo fascicolo aperto sulla vicenda. I magistrati non avrebbero trovato elementi sufficienti per stabilire a quale Paese appartenessero i caccia presenti quella sera nello spazio aereo di Ustica e, di conseguenza, per risalire agli autori della strage.
La richiesta è arrivata dopo numerose testimonianze e decine di rogatorie internazionali. Secondo gli inquirenti, la collaborazione ricevuta dagli Stati interpellati sarebbe stata caratterizzata da scarsa trasparenza. La decisione sull’archiviazione è attesa a novembre.
La pista del missile ha retto nei tribunali
Sul piano civile, la ricostruzione dell’esplosione provocata da un missile ha invece ottenuto un riconoscimento definitivo. Nel 2013 la Cassazione ha respinto il ricorso presentato dai ministeri della Difesa e delle Infrastrutture, confermando l’obbligo di risarcire i familiari delle vittime, già stabilito dal tribunale di Palermo.
Diverso è stato l’esito dei procedimenti penali contro alcuni vertici dell’Aeronautica. Nel 1997 il giudice Rosario Priore dispose nove rinvii a giudizio: quattro generali furono accusati di attentato agli organi costituzionali aggravato dall’alto tradimento, mentre altri cinque risposero di falsa testimonianza. Le accuse non portarono però a condanne definitive.
Quarantasei anni di ipotesi e processi
All’inizio si valutò la possibilità di un cedimento strutturale. In seguito presero forma due spiegazioni alternative: una bomba collocata a bordo oppure un ordigno lanciato da un altro velivolo. Il ritrovamento, nel luglio 1980 sui monti della Sila, dei resti di un Mig 23 libico alimentò ulteriori sospetti sul possibile coinvolgimento di aerei militari.
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Nel 1982 una commissione ministeriale escluse il cedimento strutturale e indicò un’esplosione come causa della tragedia. Due anni più tardi Vittorio Bucarelli affidò nuovi accertamenti a una commissione e dispose il recupero del relitto. Nel 1989 il gruppo indicò inizialmente il missile, ma due dei cinque esperti modificarono successivamente la propria posizione, orientandosi verso l’ipotesi della bomba. Bucarelli lasciò l’incarico nel luglio dello stesso anno e gli subentrò Priore.
Il dossier sullo scenario di guerra
Nel 1997 arrivò sul tavolo di Priore un rapporto che raccoglieva 17 anni di verifiche. La ricostruzione investigativa indicava che il Dc9 avrebbe attraversato per circa un’ora un’area interessata da attività militari, con altri velivoli che avrebbero mantenuto spenti i transponder per non rendersi riconoscibili.
Nel 1992, intanto, circa 70 tra ufficiali e sottufficiali dell’Aeronautica erano stati accusati di depistaggio, distruzione di prove e falsità. Nel 2004 la seconda Corte d’assise di Roma dispose il non luogo a procedere per Lamberto Bartolucci e Franco Ferri, mentre Corrado Melillo e Zeno Tascio furono assolti. L’anno seguente la Corte d’assise d’appello assolse anche i primi due generali perché il fatto non sussiste; nel 2007 la Cassazione rese definitive quelle assoluzioni.
Nel 2010, dopo l’apertura di una nuova inchiesta da parte della Procura di Roma, il ministero della Giustizia trasmise quattro richieste di assistenza giudiziaria a Stati Uniti, Francia, Belgio e Germania. Gli accertamenti non hanno però consentito di dare un nome ai responsabili: il procedimento potrebbe ora concludersi senza una risposta penale sulla strage.
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