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Cronaca 1 min di lettura1 ora fa

Garlasco, il dubbio sui pedali: così Stasi tornò libero

Due verifiche successive non confermarono il Dna della vittima sulla bici, mentre una relazione dei Ris parlava della presenza certa di sangue.

Il nodo della bicicletta Umberto Dei fu decisivo nell’udienza del 27 settembre 2007. A Vigevano, davanti al giudice per le indagini preliminari Giulia Pravon, la difesa di Alberto Stasi mise in discussione la certezza delle tracce individuate sui pedali: un argomento che contribuì al ritorno in libertà dell’indagato.


Il dubbio sollevato dalla difesa

Quella mattina, nel carcere di Vigevano, il professor Angelo Giarda sostenne che sui pedali non fosse stata dimostrata con sicurezza la presenza di sangue. La sua arringa convinse il giudice, che nell’ordinanza osservò come una valutazione soltanto probabilistica non potesse bastare per sostenere il fermo.

La questione riguardava in particolare il materiale biologico attribuito alla vittima. Le verifiche successive non avrebbero confermato il Dna emerso durante il primo esame, alimentando così dubbi sull’interpretazione iniziale della traccia.

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Le analisi che contraddicevano il primo esame

Secondo le controanalisi, due test diedero esito negativo rispetto alla presenza del Dna della vittima sui pedali. Il dato si poneva in contrasto con la prima lettura investigativa, che aveva indicato la bicicletta come un elemento rilevante nel quadro accusatorio.

A complicare il quadro fu anche il contenuto di una relazione firmata da Luciano Garofano. Il consulente scrisse: «C’è sangue, senza alcun dubbio». La divergenza tra questa conclusione e gli esiti negativi delle verifiche successive lasciò aperto il confronto sull’affidabilità e sul significato delle tracce raccolte sulla bici di Stasi.

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